Blog NEWS (13/05/17)

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  • - Nuove foto: autunno stagione magica!

martedì 18 settembre 2012

La pioggia, L’uragano FIORELLA, HAKUNA MATATA, Africa ...e altre storie

Tra le maggiori idiozie mediatiche della recente stagione estiva spicca la nuova brillante idea di affibbiare un nome proprio di persona a qualsivoglia evento metereologico, sulla falsariga degli uragani tropicali (Katrina docet). Ecco così affacciarsi sull’Italia l’anticiclone Caronte o il vortice ciclonico Poppea, descritti con grande dovizia di particolari e dati scientifici incomprensibili ai più, che almeno ottengono lo scopo di occupare varie colonne sui giornali o svariati minuti di servizio nei TG. Ormai lo sappiamo, per costoro tutto fa brodo pur di tener desta l’attenzione del popolo bue.
Di questo passo ci ritroveremo col venticello Marcello, la pioggerellina Giuseppina, la bora Deborah e la tramontana Loredana…

Comunque sia, la sera del 3 settembre, sul Teatro Romano di Verona, oltre che l’acquazzone Leone, si è abbattuto l’uragano Fiorella (Mannoia). Il previsto concerto della nostra cantante preferita non nasceva sotto buoni auspici metereologici; le ire di Poppea flagellavano già da giorni città e provincia. Altri concerti ed eventi dal vivo hanno dovuto fare i conti con questo infelice inizio di settembre.
Ma la cara Fiorella non si è tirata indietro e ha sciorinato quasi due ore filate di ottima musica italiana, tratta sia dal suo vecchio repertorio (I treni a vapore, quello che le donne non dicono, Clandestino, Il cielo d’Irlanda…), sia dal nuovo CD Sud (Io non ho paura, In viaggio, Quando l’angelo vola, Non è un film…). Il concerto si è chiuso, purtroppo in tutta fretta sotto una pioggia battente, con un omaggio a Lucio Dalla (Cara). Ottimi arrangiamenti e grande spazio al ritmo e alle percussioni, per avvicinare le sonorità il più possibile a quelle dei vari Sud musicali, cui la Mannoia recentemente molto si ispira.
Il leitmotiv della serata, tanto nei testi delle nuove canzoni, quanto nelle presentazioni e nelle considerazioni dell’artista, è stato la condizione di sofferenza, povertà, discriminazione e sfruttamento dei popoli del sud del mondo, Africa in primis. In linea di principio, nulla da eccepire. Però, a mente fredda, devo esprimere dei dubbi nei confronti della utopistica e forse semplicistica esibizione di fratellanza, amore e comprensione a cui ho assistito. La continua indulgenza verso i limiti, le incapacità e gli errori storicamente evidenti di certi popoli (governi?) del “Sud”, oltre che la retorica sinistroide che colpevolizza sempre e comunque le nazioni del “Nord”, più ricche, ma anche più intraprendenti, laboriose e, perché no, silenziose e introverse, comincia sinceramente a stancarmi, con tutto il rispetto per l’intelligenza, la rara sensibilità e la sicura buona fede della nostra amica Fiorella.
Per pura fatalità inoltre, proprio il giorno successivo al concerto, dovevo partire per una breve vacanza africana, e il coinvolgimento emotivo della serata ha accentuato la voglia e l’interesse nei confronti della nuova e diversa realtà che avrei affrontato.

Uno dei migliori video del concerto caricati su YouTube
                         

Volevamo vedere l’Africa Nera e siamo stati accontentati. Di nera abbiamo trovato soprattutto la miseria, e tanta. Capanne di fango e paglia (lamiera ondulata per i più facoltosi…), abiti sbrindellati, discariche a cielo aperto, condizioni socio-economiche e igienico-sanitarie disastrose. Una marea di bambini abbandonati a sé stessi, sorridenti e apparentemente sereni, che fanno da sottofondo alla retorica turistica dell’Africa colorata, ottimista e senza pensieri (Hakuna matata!).
L’abisso che separa la nostra moderna civiltà occidentale dalla profonda Africa è ormai assolutamente incolmabile. I neologismi ipocriti inventati dalla diplomazia politicamente corretta parlano di “paesi in via di sviluppo”.
Quale sviluppo? Manca tutto: elettricità, acqua corrente pulita, fonti energetiche, smaltimento rifiuti, assistenza sanitaria, lavoro regolare, stato sociale…
Camminare in questi villaggi, calpestando terra battuta, escrementi, rifiuti di qualsiasi origine, inseguiti da torme di bambini di ogni età, tutti regolarmente scalzi, che vanno in visibilio per una caramella o una penna biro, dà l’impressione di essere extraterrestri provenienti da una lontana galassia appena sbarcati su un pianeta sconosciuto.
Lo stile e le abitudini di vita occidentali sono ormai assolutamente incompatibili con la realtà che scorre davanti ai nostri occhi; si tratta di due mondi distinti e distanti anni luce, nonostante si tenti con disinvoltura di venderci (per gettare benzina sui nostri sensi di colpa) l’immagine dell’africano rilassato, sorridente, fatalista, che non pensa al futuro e vive alla giornata sentendosi parte integrante della natura che lo circonda, esente dallo stress, dalla competitività, dall’arrivismo tipicamente occidentali, propri di chi possiede qualcosa e la vuole -giustamente?- difendere.
Lo diceva anche De Andrè:
“Non desiderare la roba degli altri
non desiderarne la sposa.
Ditelo a quelli, chiedetelo ai pochi
che hanno una donna e qualcosa”

Lo straniero, soprattutto nelle vesti di turista, si ritaglia un’esistenza a parte, con tutte le comodità e i confort a cui è abituato, circondandosi con soddisfazione di abitanti del luogo pronti ad elargire un Jambo Jambo e un Hakuna matata in cambio di pochi dollari, dell’acquisto di un souvenir, dello scatto di una fotografia…  
Poi si ritira nel suo mondo dorato a bere un Daiquiri sui bordi della piscina infinity, guardando distrattamente un tramonto africano all’orizzonte.


Non troppo prossimamente, aspettatevi il solito video del viaggio.


giovedì 23 agosto 2012

da Gatto a Gattopardo ...

Dopo averlo snobbato senza motivo per anni, forse sentendomi inconsciamente inadeguato, finalmente, ormai maturo al punto giusto, ho terminato di leggere Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa.
Magnifica lettura! La lingua italiana elevata alla massima potenza; una libidine per i pochi neuroni ancora capaci di apprezzare uno stile di scrittura così superlativo.
Sono rimasto incantato dall’eleganza raffinata della prosa, dalla scelta attentissima dei vocaboli e soprattutto degli aggettivi, dalla corposa fluidità di una sintassi complessa, ricercata, ma non inaccessibile.
Confesso che al principio mi ha impressionato più la forma che il contenuto, ma col progredire della lettura, mi sono deliziato con i conflitti interiori e le argute ironie del Principe Fabrizio, la temerarietà irriverente di Tancredi, le descrizioni maliziose dei protagonisti, gli umoristici sotterfugi usati per descrivere i delitti di mafia, il ritratto impietoso della meschinità contadina, la concretezza realistica e profetica del dettaglio storico. La descrizione che il Principe fa, amareggiato e disilluso, alla fine del quarto capitolo, della Sicilia e dei siciliani, è di un realismo crudele e impressionante.
Un affresco storico, politico e sociale di grandezza assoluta.

Già poco tempo fa avevo rifocillato lo spirito con la stupenda prosa di Italo Calvino, consolandomi di tante approssimative traduzioni di autori stranieri letti di recente, ma ora con Il Gattopardo ho provato finalmente un godimento nuovo, quasi sconosciuto.
Concordo con chi lo paragona ai Promessi Sposi di Manzoni e lo vorrebbe introdurre nel programma scolastico dei nostri licei (cosa che ritengo impossibile vista l’aberrante grettezza di chi ci comanda). Anzi, rispetto alla ottocentesca gravosità del Manzoni, forse riuscirebbe più facilmente a far breccia nelle obnubilate menti dei nostri adolescenti.
Attenzione però, non deve essere una lettura frettolosa o di ripiego –non lo ritengo possibile!-. Se non vi sentite pronti, fate come me; aspettate il momento giusto, ma poi… godetevela!



“Tutto questo non dovrebbe poter durare; però durerà, sempre; il sempre umano, beninteso, un secolo, due secoli…; e dopo sarà diverso, ma peggiore. Noi fummo i Gattopardi, i Leoni: chi ci sostituirà saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti, gattopardi, sciacalli e pecore, continueremo a crederci il sale della terra.”






Interessante il trailer americano del film di Luchino Visconti:



lunedì 16 luglio 2012

Maledetto Liga!

Ligabue mi è sempre piaciuto, fin dal primo momento. Sia come personaggio (come persona non posso dire, poiché non lo conosco direttamente…), che come musicista e cant-autore. Specie quello del primo periodo. Ha sempre avuto il dono di saper comunicare con la musica “giusta” quelle pennellate di vita, di amore, di rabbia e di dolore che fanno parte del bagaglio di tutti, semplici, dirette, provinciali, terra-terra.
Ero già contento così.
Poi, d’improvviso, me lo ritrovo regista che sforna un film bello, commovente e genuino come Radiofreccia, seguito dopo alcuni anni da un altro film niente male, Da zero a dieci.
E penso, con un po’ di invidia: anche questa gli è andata bene!
Come se non bastasse, nel 1997 pubblica anche una raccolta di racconti, Fuori e dentro il Borgo, un romanzo, La neve se ne frega, nel 2004 e una raccolta di poesie, Lettere d'amore nel frigo, nel 2006.
E basta, quando è troppo è troppo! La musica mi piace, i film li ho perfino apprezzati, ma di leggere anche libri non se ne parla! Tutti questi dilettanti che s’improvvisano grandi scrittori, che palle!
Facevo finta di non vedere i commenti e le recensioni nel complesso positive che arrivavano un po’ da tutte le parti. In fondo è solo un cantante…
  
Alla fine, arriva Il rumore dei baci a vuoto. Un titolo splendido. Lo porta a casa mio figlio, suo grande fan, e mi dice: “leggilo anche tu papà, è bello, vedrai che ti piace”.
In un momento particolare, di notevole scoramento personale e deluso da un “grande” libro (Il teatro di Sabbath di Philip Roth), mi lascio tentare.
Cazzo, ma è carino sul serio, intrigante, vitale…
Questo stronzo del Liga sa anche scrivere! Oddio, intendiamoci, non siamo di fronte ad un novello Cechov: tre o quattro racconti sono notevoli, gli altri così-così.
A questo punto non posso che odiarlo. Uno che riesce a far bene, o almeno abbastanza, e pure senza grande sforzo, tutte e tre le cose che più mi appassionano nella vita, musica, cinema e letteratura, non posso proprio evitare di odiarlo.
Maledetto Liga!


sabato 7 luglio 2012

Considerazioni sul TEATRO DI SABBATH di PHILIP ROTH

Non sono un lettore di primo pelo, né particolarmente prevenuto nei riguardi di certa letteratura “contemporanea”. Mi ritengo uno spirito libero, poco avvezzo a costrizioni esterne, testardo e coerente su certe convinzioni, ateo fondamentalista e anticlericale. Ho una biblioteca piuttosto fornita e varia, distribuita tra la mia residenza attuale e la vecchia casa avita, nella quale spiccano molti capolavori indiscussi della letteratura mondiale.
Eppure, in nessuno di essi, ricorrono con tanta frequenza, quasi ogni altra riga, le parole cazzo, figa, sperma ecc. Non ne hanno bisogno, quei grandi capolavori del pensiero umano, di descrivere nel dettaglio più intimo, una masturbazione maschile o un rapporto anale o una fellatio con l’ingoio. Non serve alla storia, se la storia è bella; neppure, ancor meno, ad una storia d’amore e passione. Ve l’immaginate lo squallore, il dottor Jurij Andrèevič Zivago che descrive nei dettagli i suoi giochi erotici con Lara…
Questione di eleganza, di buon gusto, direi di civiltà del pensiero.

Perdonatemi, ma tutta questa ammirazione per il signor Sabbath/Roth un po’ mi puzza. Non sarà la solita ipocrita mai sopita voglia di sentirsi uomini di mondo, “à la page”, moderni, aperti e disinibiti nei confronti di qualsiasi aberrante espressione considerata artistica?
Magari poi nel nostro piccolo desolato tran-tran quotidiano, ci scandalizziamo di fronte alla pedopornografia, al dilagare della videopornografia su internet, alla gran quantità di finte brave ragazze che si pagano gli studi -o la bella vita- con prestazioni sessuali e video hard… Ma se una banda di maniaci sessuali, pervertiti, ubriaconi e psicopatici esce dalla penna di Philip Roth, allora no, è grande letteratura.
La vita è già di per sé orrenda, perversa, aberrante. Ci resta la fantasia, l’immaginazione…
E la sprechiamo così, costruendo personaggi ancora più orribili del vero?
Qualcuno obietterà “È proprio questa la grandezza di Roth”.
La capacità di addentrarsi negli oscuri meandri della vita e della morte e del loro relazionarsi con la psiche umana. Benissimo, ma anche in questo campo esistono maestri indiscussi (Dostoevskij ?), autori di capolavori che sono e restano tali senza la minima necessità di aggrapparsi –astutamente?- alle dettagliate performance sessuali dei protagonisti.
E qualcun altro “Bisogna saper leggere oltre!”.
Se davvero si tratta di un capolavoro della letteratura, perchè prima di poterlo apprezzare devo sorbirmi oltre 100 pagine di sgradevolissima pornografia?
Poi non è finita lì, poiché nelle pagine seguenti mi attende una ininterrotta auto-psicanalisi delirante, con ricorrente uso dell’analessi, incentrata esclusivamente sulle fantasie sessuali di un protagonista odioso, lascivo, amorale, incoerente, psichicamente instabile, nonchè menefreghista all’ennesima potenza…
Ecco che allora, al magico piacere della lettura si sostituisce un senso di fastidio, di irritazione, di ripugnanza verso i personaggi della storia, di progressivo distacco dall’atmosfera del libro, una continua speranza che nelle pagine successive accada qualcosa di diverso, che riconquisti la mia attenzione, che mi restituisca il fascino e l’eccitazione di un bel libro.
Ma questo miracolo non accade. O almeno non a me.


domenica 3 giugno 2012

Un Hotel sul Bosforo da evitare...



Raramente negli ultimi tempi ho letto un libro così brutto ed insignificante, per giunta con le pretese di essere un “giallo”: Hotel Bosforo di Esmahan Aykol.
Una trama inconsistente e ben lontana dall’essere avvincente, si allunga a dismisura per quasi 250 pagine, sottile come un filo di ragnatela, prima di dare un piccolo –ma piccolo!- scossone al lettore.
Poi, in quattro e quattr’otto, in poche pagine, senza alcuna suspense né alcun approfondimento psicologico o umano, si arriva al nocciolo della questione e alla soluzione del “mistero”.
La sintassi è così asfittica da ricordare quella di un bambino di terza elementare alle prese col suo miglior best-seller “Come hai trascorso la domenica”.
I personaggi sono grossolani ed irritanti, tutti senza distinzione, a cominciare dalla protagonista, una libraia turco-tedesca di mezza età che gioca a fare la ragazzina più impicciona che detective e, pur dimostrando pagina dopo pagina il sex-appeal di un paracarro, si lascia anche andare a parentesi di sesso piuttosto esplicito che fanno sbellicare dalle risate il lettore appena un po’ smaliziato.
Neppure l’ambientazione tra l’esotico trasandato e il caos contemporaneo di Istambul riesce a coinvolgere più di tanto. Volendo proprio restare a Istambul e nell’ambito dei libri gialli, mi è risultata molto più piacevole la lettura de La balia di Petros Markaris.

Strana scelta per una casa editrice come la Sellerio, che ultimamente sembrava avere un sesto senso verso i buoni autori, particolarmente di romanzi gialli, o noir che dir si voglia, Camilleri a parte.

Meglio consolarsi con questo video "Pubblicitario" del solito Natalino Balasso. Non c'entra per nulla con quanto detto sopra, ma almeno è divertente!







venerdì 11 maggio 2012

The Lady - L'amore per la libertà

Senza dubbio una delle figure contemporanee di maggior spicco nell'eterna lotta contro il potere assoluto e la violazione dei diritti umani è quella di Aung San Suu Kyi, leader dagli anni ‘80 del movimento non violento per la democrazia in Birmania, oggi Myanmar. 
A questa donna affascinante e carismatica Luc Besson ha recentemente dedicato il film The Lady – L’amore per la libertà.
Avevo già avuto contatti cinematografici con questo personaggio molti anni fa, rimanendone già allora conquistato ed emozionato. Era il 1995 e il film di John Boorman si intitolava Oltre Rangoon.
La storia di una donna medico americana, recentemente colpita da una grave disgrazia familiare, che, per seguire i consigli di un’amica, affronta un lungo viaggio liberatorio nel lontano oriente ed entra in contatto nel 1988 con la spaventosa situazione politica e umana della Birmania; avvicina il movimento democratico di rivolta guidato da Aung San Suu Kyi, lasciandosi coinvolgere e trascinare dalla forza d’animo di questa donna, fino a scordare la sua personale sofferenza per abbracciarne una immensamente più grande.
Nel recente film di Luc Besson invece, la figura di Aung San Suu Kyi viene descritta soprattutto negli intimi aspetti della sua tragedia personale e familiare, costretta, in nome dell’amore per il suo popolo e la libertà democratica, a rinunciare per lunghi anni a qualsiasi contatto con la sua famiglia inglese, marito, professore di cultura orientale a Oxford, e due figli adolescenti. Più volte costretta agli arresti domiciliari, praticamente segregata in casa dalla costante pressione del potere militare, che cercava in tutti i modi di isolarla dal mondo, non ha potuto neppure assistere il marito nei suoi ultimi giorni di vita, ucciso dal cancro nel 1999.
Nonostante queste ripetute privazioni affettive, la sua costanza, la sua passione per la libertà e la sua forza d’animo, premiate con il Nobel per la pace nel 1991, hanno rappresentato una continua spina nel fianco per il regime militare al potere in Birmania dalla fine degli anni ’80, oltre che una fonte d’ispirazione per tutti i movimenti democratici non violenti. Solo recentemente, grazie ai suoi continui sforzi e alle pressioni dei governi occidentali e dell'opinione pubblica mondiale, l’oppressione totalitarista nel suo paese si è allentata, permettendo un lento e solo parziale sconfinamento verso un regime democratico.


Dal film, a mio parere molto bello e coinvolgente, emerge una figura di donna straordinaria, capace, praticamente da sola, di tener testa ad uno dei più feroci ed oppressivi regimi dittatoriali che la storia recente ricordi. E capace anche, cosa molto strana e per certi versi anacronistica, di non farsi mai ammazzare.

mercoledì 2 maggio 2012

Perchè capolavoro?

Finalmente, al secondo tentativo, sono riuscito faticosamente a portare a termine la lettura del Moby Dick di Herman Melville. Ora mi chiedo: perché viene considerato un capolavoro?
Se togliamo le continue e prolisse divagazioni dedicate ora alle tecniche di pesca, ora alle classificazioni zoologiche marine di balene, capodogli e catacei in genere, ora alle leggende legate alla caccia delle balene, ora alla descrizione anatomica dettagliata dei vari esemplari di balena, esaminati in tutte le loro parti, ora all’elencazione minuziosa delle attrezzature in dotazione ad una nave baleniera e alle tecniche di squartamento, raccolta e stoccaggio del famoso olio, ora agli innumerevoli passaggi della bibbia relativi all’argomento pesci, balene & co. (a partire dall’immancabile Giona…), ora, dicevo, se togliamo tutto questo, cosa resta?
Qualcuno intellettualmente più ispirato di me potrebbe obiettare che proprio tutte queste digressioni rappresentano il bello del libro… Vabbè, diamo atto, però in realtà, ribadisco, stringi stringi, cosa resta?
Una storiella semplice semplice, di cui si fatica a seguire il filo a causa delle ricorrenti divagazioni di cui sopra, che narra le tribolazioni di un povero equipaggio di baleniera –il Pequod- irrimediabilmente ostaggio di un capitano pazzoide –Achab- vittima di paranoie, allucinazioni e manie di persecuzione che porteranno verso un inevitabile e tragico destino.
Il ritmo e il pathos della caccia sarebbero i momenti migliori, se solo si riuscisse a leggerli tutto d’un fiato almeno una volta.
Se poi vogliamo scovare sotto la superficie della semplice avventura un risvolto metafisico, filosofico o esistenziale sulla eterna lotta dell’uomo contro i suoi fantasmi e le sue angosce, mi sembra che ciò sia palese fin dalle prime pagine dedicate al Pequod e al suo sciroccato capitano.
Quindi, ribadisco ancora, dove sta il capolavoro?
Non per nulla, all’epoca della sua pubblicazione, il romanzo non ebbe particolare successo di pubblico, creando non poche difficoltà economiche all’autore, che contava unicamente sulla sua attività di scrittore per mantenere la famiglia.

Confesso che per poter portare a compimento la lettura del libro, ho dovuto ricorrere ampiamente ai diritti enunciati da Daniel Pennac nel suo Come in un romanzo: il diritto di non leggere, il diritto di saltare le pagine, il diritto di spizzicare, ecc.
Forse il primo dei grandi classici che mi ha veramente deluso.


sabato 28 aprile 2012

Web-Surfing

Negli ultimi tempi pratico spesso uno sport che si sta rivelando sempre più interessante: l’esplorazione sistematica di siti internet dedicati alla musica, alla letteratura e al cinema.
Il panorama della rete non offre solo siti specializzati più o meno professionali, ma anche tanti riferimenti e blog di appassionati non professionisti, divulgatori per hobby, eppure spesso seri e motivati.
Da questi siti trapela ugualmente passione e competenza, associata alla voglia di condividere le proprie conoscenze con altri appassionati.
In campo musicale, per me vecchio cultore della musica progressive anni ’70, la scoperta del sito http://www.progarchives.com/ è stata come trovare una miniera d’oro. La quantità dei dati contenuta è enorme e, anche se in lingua inglese, il sito è così ben organizzato da non creare il minimo problema di ricerca e utilizzo. Bellissima idea inoltre la possibilità di creare classifiche personalizzate per genere, anno, nazionalità dell’artista, ecc. Per chi non ha perso la propria curiosità musicale, si possono fare scoperte interessanti fra i tanti musicisti e gruppi meno noti ospitati nel sito, con particolare riferimento agli anni più recenti rispetto ai “grandi classici” degli anni ’70. Fra quelli più di mio gusto, ricordo Big Big Train, Discipline, Beardfish, Anathema, Anglagard, Maudlin of the well…
Un blog molto stimolante, da cui traspare una grande passione e competenza musicale, è http://altprogcore.blogspot.it/ che dal novembre 2008 diffonde recensioni, commenti e rumours vari in ambito neo-progressive.

In campo letterario, con grande godimento, sono entrato a far parte della community di http://www.anobii.com, un social network (primo e finora unico ad aver sollecitato il mio interesse…) di condivisione libraria.  Si espone la propria libreria, se possibile accompagnando le opere con recensioni e commenti che possono aiutare altri iscritti nelle scelte; si stringono relazioni virtuali con lettori dai gusti simili e curiosando nelle librerie altrui si possono trovare ottimi spunti di lettura. Facile da gestire, è il paradiso del bibliofilo incallito. Il mio link diretto è http://www.anobii.com/ostellomuse2012 .
 
Qualche giovane internauta rampante dirà “Tutto qua?! Ha fatto la scoperta dell’acqua calda!”


Ebbene sì, un piccolo passo forse per la comunità web 2.0, ma un grande passo per il sottoscritto!

I link di questi e altri siti che ritengo piacevoli ed interessanti sono elencati in fondo alla colonna di destra, sotto il titolo Per conoscere, per cercare…



 

venerdì 6 aprile 2012

Un ricordo di Giorgio Scerbanenco

Il dott. Duca Lamberti, medico espulso dall’Ordine, ex galeotto reinventatosi sbirro, è un uomo di poche parole, cocciuto, quasi pedante. Si trascina da sempre un’angoscia interiore, muovendosi quasi come un automa, costantemente pressato dall’impeto delle sue convinzioni e della sua ostinazione.
Vaga per una Milano nebbiosa, fredda, “livida e sprofondata per sua stessa mano” (come canta Ivano Fossati nella sua I treni a vapore), introversa e diffidente, tanto che il vocabolario dei personaggi, i dialoghi, la prosa stessa sono stringati, essenziali, quasi asfittici, ai limiti della necrosi sintattica, e riproducono fedelmente, ma senza ottimismo, l’atmosfera degli anni ’60.
Scorrendo le pagine delle sue storie, ci imbattiamo in vocaboli desueti, quasi commoventi, lontane rimembranze della nostra infanzia in calzoncini corti: ipodermoclisi, filobus, brefotrofio, lenocinio…
Vengono chiamate “anziane” donne di 48 anni, si usa la parola “invertito” con un certo disprezzo (Oddio! Non avevano ancora inventato l’ipocrisia del Politically Correct…), le malattie veneree sono chiamate “malattie celtiche” e infine -orrore!- tutti fumano in qualunque momento e in qualunque luogo, anche i ragazzini poco più che bambini.
La descrizione psicologica dei personaggi, soprattutto i criminali, anche se giovanissimi, rispecchia un destino ineluttabile, senza grandi speranze di redenzione o di reinserimento sociale. Questa atmosfera prevalente di grigia rassegnazione viene delineata con estremo realismo e capacità di coinvolgimento.
Non si tratta della “Milano da bere” degli anni ’80, ma di quella, socialmente molto lontana dal boom economico, degli anni ’60, crudemente descritta dalla penna di Giorgio Scerbanenco, il nonno e l’ispiratore di buona parte dei giallisti o presunti tali fioriti in Italia, e forse anche in Europa, negli ultimi 50 anni.


Venere privata, I ragazzi del massacro, I milanese ammazzano al sabato, Traditori di tutti sono i quattro romanzi incentrati sulla figura controversa del dott. Duca Lamberti; solo alcuni titoli della estesissima produzione letteraria, non solo gialla, di Giorgio Scerbanenco (nato a Kiev da padre ucraino, il nome originale russo è stato italianizzato).
Un autore da rivalutare assolutamente nel panorama, non sempre confortante, –vedi la moda perlopiù ingiustificata e pretenziosa del giallo scandinavo…- della letteratura poliziesca europea del XX secolo.






sabato 24 marzo 2012

The Help

Jackson, Mississippi. 1962 o giù di lì. Caldo, sole abbagliante, strade polverose in mezzo al nulla. Razzismo e discriminazione razziale allo stato puro. Pochi bianchi viziati, spocchiosi e ipocriti accuditi fin dalla nascita da domestiche e tate negre trattate come schiave e pagate con salari da fame. Gente semplice, religiosa, di animo remissivo, rassegnata al proprio destino senza alcuna speranza di riscatto sociale.
Ma il riscatto, inaspettatamente, arriva nelle sembianze della giovane ed agguerrita Eugenia “Skeeter” (naturalmente bianca e ricca), neolaureata a New York, dove ha respirato aria di rinnovamento e di eguaglianza, ambiziosa e soprattutto determinata a cambiare lo stato delle cose. Come?
Con un libro, rigorosamente anonimo, di storie raccontate proprio dal punto di vista delle domestiche di colore, col loro linguaggio e la loro immediata e cruda verità. Vengono alla luce tutti i vizi, le meschinità e le vergognose ipocrisie della razza dominatrice bianca. Nonché qualche imbarazzante segreto…
Il libro è una bomba a deflagrazione ritardata, ma devastante.
In questa cornice temporale e geografica, molto suggestiva, è ambientato il bellissimo film The Help, tratto dall’omonimo romanzo di successo di Kathryn Stockett, che purtroppo non ho avuto il tempo di leggere prima della trasposizione cinematografica, poiché ne ho scoperto l’esistenza troppo tardi.
Al conflitto razziale e alle condizioni di vita dei negri negli stati del sud si è ispirata molta letteratura e cinematografia statunitense negli ultimi 40-50 anni.
Oltre al famoso romanzo Radici (1976) di Alex Haley, ricordiamo: Il buio oltre la siepe (romanzo di Harper Lee del 1960 e film di Robert Mulligan con Gregory Peck del 1962), Il colore viola (romanzo di Alice Walker del 1981 e film di Steven Spielberg con Whoopi Goldberg del 1985), Pomodori verdi fritti (romanzo di Fannie Flagg del 1987 e film di Jon Avnet del 1991), Mississippi Burning (film di Alan Parker con Gene Hackman del 1989), A spasso con Daisy (dalla pièce di Alfred Uhry il film di Bruce Beresford con Jessica Tandy e Morgan Freeman del 1989), La lunga strada verso casa (film di Richard Pearce con Whoopi Goldberg e Sissy Spacek del 1990, tratto da un racconto autobiografico dell'attrice Mary Steenburgen), L’agguato (film di Rob Reiner del 1996, ispirato ad una storia vera accaduta proprio a Jackson, Mississippi, nel 1963 e citata anche nel film di cui stiamo trattando).  
Il film è godibilissimo, benchè affronti un tema drammatico, a tratti commovente, ben diretto da Tate Taylor, anche se privo di tocchi magici, ben ambientato e sceneggiato, ma soprattutto ottimamente interpretato da un cast quasi tutto al femminile (i ruoli maschili sono ben poca cosa). Meritatissimo, a tal proposito, l’Oscar come miglior attrice non protagonista a Octavia Spencer.
Non mi stancherò mai di ripetere che la condicio sine qua non per la buona riuscita di un film è la qualità della storia da raccontare, sia essa una sceneggiatura originale o, come in questo caso, un adattamento cinematografico di un buon libro (che naturalmente, prima o poi, dovrò leggere…).

Assolutamente consigliata la visione, soprattutto ai buonisti benpensanti dell’ultima ora che si riempiono la bocca a sproposito di parole come razzismo, discriminazione, integrazione, bla bla bla…
Per costoro ci vorrebbe un breve soggiorno indietro nel tempo, non troppo, solo 40 o 50 anni, nel sud del paese considerato il più civile, moderno e democratico del mondo. Allora capirebbero il vero significato di questi termini.
“Il coraggio, a volte, salta una generazione. Grazie per averlo riportato in famiglia”

P.S. La nota polemica è più forte di me, non so resistere… E’ come il prurito quando hai le piattole!