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giovedì 12 dicembre 2013

Non c'è peggior cieco di chi non vuol vedere...

Ho sempre avuto una predilezione per le storie apocalittiche. Non ne conosco il motivo; forse qualche psichiatra potrebbe spiegarmelo.
Catastrofi ambientali, ecatombe nucleare, epidemia incontrollabile, invasioni extraterrestri sono il mio pane quotidiano. In campo letterario e cinematografico, s'intende.
Come non apprezzare storie come quelle di Ray Bradbury, George Orwell, Cormac McCarthy, Michael Crichton, Stephen King... 
Film come Alien, Virus letale, Contagion, Io sono leggenda, Codice Genesi, Oblivion, La guerra dei mondi...
Fiction come Fringe, Falling skies, Revolution, The walking dead...

Poi arriva una lungimirante e visionaria parabola come "Cecità" di José Saramago (notare l'uso sapiente degli aggettivi) e tutti i conti tornano.

In una città qualsiasi di un paese qualsiasi, un'improvvisa e inspiegabile epidemia porta tutti i cittadini alla cecità. Tutti meno uno. Il solito governo qualsiasi, composto da cialtroni e arroganti incompetenti (ma va là?!) tenta di arginare il contagio improvvisando luoghi di quarantena per i ciechi e i loro contatti. Un vecchio manicomio dismesso si trasforma così, per i protagonisti della storia, in un lager senza speranza di ritorno. Microcosmo di umanità ridotta ai limiti estremi di sopravvivenza. Fame, sete, malattia, sporcizia, violenza, morte, perdita della dignità umana e progressivo totale abbrutimento senza speranza.
Unica luce nel buio del corpo e della mente, fuor di metafora, è il solo essere umano ancora dotato della vista; una donna che, fintasi cieca per seguire il marito, diventerà guida e riferimento per tutti, la loro sola àncora di salvezza.

La prosa galoppante e incessante di Saramago, lunghissimi periodi composti da un flusso ininterrotto di dialoghi, azioni, pensieri e descrizioni, nonché il sapiente uso, o meglio, non uso della punteggiatura (quasi tutte virgole, pochi punti e nient'altro) trascinano il lettore a precipizio di pagina in pagina come un thriller d'alta scuola.
Così come per il periodo storico e l'ambientazione, anche i personaggi non hanno un nome, ma solo una descrizione; il primo cieco, il medico, la moglie del medico, la ragazza dagli occhiali scuri, il ragazzino strabico, ecc. Con questo artificio, tutto resta sospeso e indefinito nello spazio e nel tempo.

Un grande libro, una implacabile autopsia dell'animo umano, un lucido e profondo trattato di etica contemporanea (non per nulla il titolo originale recita “Ensaio sobre a Cegueira”: Saggio sulla cecità.), una moderna allegoria valida in ogni tempo e in ogni luogo.
Una lettura indispensabile.






martedì 29 novembre 2011

La fede in DIO, AIRBAG delle nostre coscienze

Due libri di recente lettura hanno riaperto vecchie ferite mai rimarginate.
Si tratta di Memoriale del convento” di José Saramago e La monaca” di Simonetta Agnello Hornby. Ambedue grandi affreschi storici, il primo nel Portogallo dominato dalla Santa Inquisizione di inizio Settecento; il secondo nel profondo meridione d’Italia la prima metà del 19° secolo.
In comune le due storie hanno, come è facile dedurre dai titoli, l’incombente ed oppressiva presenza della religione cattolica nei suoi aspetti peggiori. Con linguaggio bellico moderno, potremmo parlare di “arma di distruzione di massa”. Più che una fede intima e sublime, la religione rappresenta una presenza massiccia ed opprimente su tutti gli aspetti della vita pubblica e privata dei personaggi, senza limiti di tempo e di spazio, fino a stravolgerne il destino, siano essi poveracci, nobili, aristocratici, o addirittura teste coronate.
Tutte le fedi religiose, senza distinzione, hanno in comune l’esigenza di sostituirsi alla mente e all’anima delle persone. Ricordate il vecchio film di fantascenza degli anni ’50 “L’invasione degli ultracorpi”?
Tutti i ben oliati meccanismi di indottrinamento, catechesi, rituali, dogmi, scadenze e suddivisione del tempo in funzione di celebrazioni e ricorrenze, tutti hanno come unico scopo sostituire il nostro libero pensiero con un percorso prestabilito che ingabbia la nostra mente e pretende di proteggerla da malefiche influenze esterne. I rituali, fondamentali, ci assorbono l’intera giornata senza lasciare spazio  a demoniache ingerenze, pensieri impudichi, curiosità pericolose. Questo ci permette di delegare ad un essere trascendente, ma più spesso ai suoi ipocriti rappresentanti sulla terra, le nostre decisioni e le nostre scelte. Tutto è demandato alla volontà di Dio. Inshallah ! Bella scusa. 
Trincerati dietro questa secolare ipocrisia, tutto è permesso. Un Pater Ave Gloria e ogni nefandezza si purifica in un soave pentimento. L’anima si ripulisce e possiamo guardare il mondo con occhi limpidi, senza macchia. E ricominciare da capo...
Ormai questo intreccio di autoindulgenza e complicità reciproca porta sempre più a spostare il nostro baricentro morale verso un sano opportunismo: di fronte a scelte critiche non ci chiediamo più se è giusto o sbagliato, ma solo se ci conviene o non ci conviene.
La protagonista del libro della Agnello Hornby si ribella a tutto questo. Riesce con la forza di volontà, la perseveranza e l’aiuto di una fede pulita e sincera, a sottrarsi a questo ingranaggio infernale che la vorrebbe sepolta viva in un convento e, seppure con sofferenza, a vivere la sua vita...
Quanti di noi, e mi rivolgo principalmente ai ferventi cattolici, sanno fare altrettanto?
Io le mie scelte le ho fatte da tempo e nonostante l’invecchiamento, le esperienze spesso negative e le ferite di eterne battaglie, non posso che esserne fiero. D’altronde, diceva Ezra Pound: “Se un uomo non è disposto a correre qualche rischio per le proprie idee, o non vale niente lui, o non valgono niente le sue idee.”.