Ma uno
degli argomenti in assoluto più trattati e più gettonati nella produzione
cinematografica recente, prevalentemente di origine europea o comunque mediterranea,
è quello dell’immigrazione, dell’accoglienza (o meno…) e dell’integrazione fra
immigrato e paese ospitante. Il problema, perché di problema si tratta, viene
affrontato da svariati punti di vista, descritto e narrato da voci diverse per
nascita, cultura e tradizioni. A dispetto di molte interpretazioni
estremistiche –dal “ributtiamoli a mare” al “siamo tutti fratelli”- ho notato
nella maggior parte dei casi un approccio al fenomeno molto rispettoso e
delicato, con messaggi subliminali di comprensione e fratellanza che, visti nel
piccolo contesto del racconto e della finzione, stimolano riflessioni anche
negli animi meno generosi. Poi, una volta usciti dal cinema e ripiombati nella
vita vera, la realtà è tutta un’altra cosa…
Fra
tutti, mi hanno positivamente impressionato Io sono Li di Andrea Segre e Miracolo a Le Havre di Aki Kaurismaki.
Il
primo, meravigliosamente ambientato e fotografato a Chioggia, colloca una
sperduta madre cinese in un bar di pescatori veneti (fra cui Marco Paolini, Roberto Citran e Giuseppe Battiston… più
veneti di così!). Sarà proprio l’affetto e la generosità di questa gente
semplice, soprattutto di Bepi il "Poeta", straniero a sua volta, ad aiutarla a sdebitarsi con la mafia
cinese che gestisce il traffico di esseri umani e a ricongiungersi con l’amato
figlio.
Sempre
sullo stesso argomento, da fuggire come la peste, Il villaggio di cartone di Ermanno Olmi. Una predica ininterrotta e prolissa, dal pulpito di una vera chiesa, anche se sconsacrata e disabitata,
e dalla bocca di un vero prete a fine carriera, sulla nostra colpa di essere
nati bianchi, ricchi ed egoisti in un mondo di sofferenza. Lentissimo e
presuntuoso. Insopportabile. Ermanno Olmi mi aveva già fregato in passato (L'albero degli zoccoli…) con
quella sua aria da sacrestano sputasentenze. Non accadrà più.
Nessun commento:
Posta un commento