Blog NEWS (13/05/17)

  • - The end of the game...
  • - Continua l'autunno: nuovo post.
  • - Nuove foto: autunno stagione magica!

sabato 25 aprile 2015

Donne... in mezzo a una via, donne allo sbando senza compagnia

A seguito di una di quelle strane coincidenze della vita che ti lasciano inconsciamente pensieroso e sospettoso sull'esistenza di un disegno divino trascendente, mi sono imbattuto nello stesso periodo in due storie, diversissime per ambientazione, periodo storico e contesto sociale, ma accomunate da un unico filo conduttore: la solitudine.
Cercata, voluta, favorita, subita passivamente o solo frutto di sfortunate circostanze, la solitudine è una compagna di vita con cui ciascuno di noi prima o poi deve fare i conti.

La prima storia, che mi ha quasi commosso per la sua tragica quanto assurda banalità, è quella di una giovane donna inglese, nel pieno della vita, ben inserita socialmente, forse anche appagata da una carriera artistica non priva di consensi, che improvvisamente scompare senza che nessuno si preoccupi o si interessi a lei e viene quasi per caso ritrovata cadavere, ormai uno scheletro decomposto, nel suo appartamento alla periferia di Londra dopo ben tre anni dalla morte.

La storia vera di  Joyce Carol Vincent, che nel 2006 ha ottenuto l'onore delle cronache, prima in Inghilterra poi nel mondo intero, rappresenta la fonte d'ispirazione dell'ultimo concept-album di Steven Wilson (Hand. Cannot. Erase.), nuova musa del neo prog contemporaneo, dagli esordi con i Porcupine Tree fino ad oggi come solista. 
Musica e testi coinvolgenti ben si fondono e si completano nella narrazione sofferta e partecipe degli ultimi capitoli dell'esistenza di questa infelice donna, inghiottita dalla megalopoli londinese senza lasciare traccia e la cui morte rimarrà per sempre avvolta nel mistero, anche se dai testi di Wilson si ha l'impressione che goda più credito l'ipotesi del suicidio.


Alcuni anni dopo il suo ritrovamento, la sua storia è stata magistralmente ricostruita, fin dove possibile, in un interessante docu-film: Dreams of a life. Lavoro che ha vinto vari premi internazionali, ma, come sempre, non ha mai visto la luce nel nostro amato paese.




Dalla inconfondibile penna di Georges Simenon (La finestra dei Rouet), un'altra storia, un'altra donna, un'altra solitudine. 
Siamo a Parigi, nelle prime decadi del novecento, fra gli antichi palazzi a pochi passi dai grandi Boulevards. Dominique si nutre della vita degli altri: i suoi giovani ed esuberanti inquilini, La vecchia zitella dell'attico dirimpetto, i negozietti lungo la via, la famiglia della casa di fronte, dalle cui finestre osserva ora dopo ora il tran-tran quotidiano trasformarsi repentinamente in tragedia dai burrascosi contorni che sconvolgerà la sua tranquilla esistenza.
Si immedesima nella bella vedova Antoinette fino a spiarla, seguirla nei suoi turbinosi spostamenti da un uomo all'altro, da un locale notturno all'altro. Si immedesima fino ad entrare nella stessa spirale di autodistruzione. Antoinette come alter ego della squallida e patetica Dominique. Ambedue destinate ad un precipizio di autocommiserazione e disperata solitudine.




Tutte storie di donne sole finite male. Come dicevo, strana coincidenza.





domenica 29 marzo 2015

MISSING !

ONORE

Senso della propria dignità che impone di comportarsi con onestà e coerenza morale; 
Buona reputazione, rispettabilità di cui gode chi si comporta con onestà e rettitudine.

(Dizionario della Lingua Italiana, 2015)







Totalmente estinto e scomparso in questo paese già da molti anni, nella sua definizione originaria, non inquinata e strumentalizzata per altri fini, specialmente in coloro che, per il ruolo pubblico di amministrazione e governo che rivestono, dovrebbero maggiormente farne bandiera.
Chi ne avesse notizia è pregato di farmelo sapere.




venerdì 13 marzo 2015

Un incontro inaspettato...

La reazione di sorpresa è sempre la stessa. Quando sei convinto che ormai la razza umana abbia esaurito le sue cartucce, sia arrivata alla fine della sua tribolata corsa, annichilita e obnubilata dalla sua stessa presunzione, dall'aridità intellettuale, dall'assuefazione di massa, ecco spuntare qualche capolavoro dell'ingegno e della creatività che ti costringe a ricredenti.

La musica è un'arte magica, capace di passare da insulse ed irritanti banalità a vette di trascinante ed entusiasmante inventiva. 
Una di queste prende il nome di SNARKY PUPPY



Una big band di origini texane ma naturalizzata a Brooklyn, NY, che da alcuni anni sforna, contemporaneamente su CD e DVD, bellissime performance dal vivo, registrate in diretta, nel corso di mini-set live collocati in contesti ambientali particolari, dove, novità mai vista prima dal sottoscritto, uno scarso e selezionato pubblico ascolta in cuffia mescolato e confuso fra i musicisti.
Basso (Michael League, band leader), tre chitarre, tre tastiere, sezione fiati, sezione archi, percussioni e uno strabiliante negretto (oddio, non si può dire...!) alla batteria producono un entusiasmante cocktail di progressive jazz/fusion/funky/R&B dai confini estremamente imprecisi e variabili, ma trascinante e contagioso come non mai.

L'ultimo lavoro, We like it hereinteramente strumentale come la maggior parte della produzione del gruppo, soprattutto nella versione video HD (facilmente reperibile su YouTube), lascia a bocca aperta per la qualità dei brani e le capacità tecniche dei musicisti, tutti molto giovani e spesso in grado di passare agevolmente da uno strumento all'altro.
Solo nel precedente lavoro del 2013, Family Dinner vol.1, la band si esibisce in cover più o meno conosciute con un eterogeneo gruppo di ospiti, cantanti e musicisti molto giovani, emergenti e poco noti al grande pubblico, ma dotati di capacità vocali e creative fuori dall'ordinario.
Registrato allo Shaftman Performance Hall, vede la collaborazione del Music Lab Jefferson Center di Roanoke, i cui migliori allievi vengono spesso coinvolti nelle registrazioni della band.
Non per nulla, uno dei brani del disco, nella versione video, Something, cantato da Lalah Hathaway, ha vinto il Grammy Award 2014.


Se i video inseriti qui sotto non vi mettono l'acquolina in bocca, io non so cosa farci...











giovedì 19 febbraio 2015

Canone RAI... Quando mai!

Sta per scadere il termine ultimo, anzi ultimissimo, per il pagamento dell'odiato balzello d'inizio anno: il famigerato canone RAI.

Di fronte alle valanghe di programmi demenziali e diseducativi, alle improponibili imitazioni di format d'oltreoceano, ai talk-show volgari e fasulli imbarbariti da pessime frequentazioni, alla inutile informazione giornalistica vergognosamente succube del potere costituito, alle ridicole fiction di ispirazione sudamericana, il rifiuto di contribuire anche con pochi euro è assolutamente giustificato.

Esistono però, e devo riconoscerlo, grazie all'avvento della TV digitale terrestre, pochi, pochissimi esempi di trasmissioni di cultura e informazione che meritano assolutamente la nostra attenzione e forse, perché no, giustificano almeno in parte il nostro sacrificio economico.
Fra questi, recentemente mi sono imbattuto in alcuni documentari su Rai5 di argomento artistico e storico che mi sento assolutamente di consigliare.

Art of Paesi Bassi : incantevole viaggio in tre puntate attravesso l'arte e la storia delle Fiandre, del popolo fiammingo e dei Paesi Bassi, dagli arazzi e dalle miniature del 1500, attraverso il secolo d'oro, il XVII, fino ai giorni nostri.
Il mercoledì sera su Rai5, alle ore 22:20, poi in replica in altre fasce orarie.


Sempre il mercoledì sera, alle 21:15, in otto puntate, Tomaso Montanari ci narra la magnifica vicenda umana e artistica di Gian Lorenzo Bernini in "La Libertà di Bernini".
Con insuperabili immagini della Roma barocca, delle sue piazze, dei sui palazzi, delle sue fontane.







Tomaso Montanari, Storico dell'arte:

"Sono convinto che gli storici dell’arte servano a fare entrare le opere d’arte nella vita intellettuale ed emotiva di chi si occupa di tutt’altro.
Penso anche che l’amore per la storia dell’arte non debba essere un fatto privato (o peggio un’evasione, o un modo per non pensare), ma pubblico e ‘politico’. L’articolo 9 della Costituzione ha, infatti, mutato irreversibilmente il ruolo del patrimonio storico e artistico italiano, facendone un segno visibile della sovranità dei cittadini, dell’unità nazionale, e dell’eguaglianza costituzionale, perché ciascuno di noi (povero o ricco, uomo o donna, cattolico o musulmano, colto o incolto) ne è egualmente proprietario.
Ma tutto questo è assai difficile da capire, perché oggi la storia dell’arte non è più un sapere critico, ma un’industria dell’intrattenimento ‘culturale’ (e dunque fattore di alienazione, di regressione intellettuale e di programmatico ottundimento del senso critico). Strumentalizzata dal potere politico e religioso, banalizzata dai media e sfruttata dall’università, la storia dell’arte è ormai una escort di lusso della vita culturale."




domenica 18 gennaio 2015

2015, fuga dalla realtà

Dicono che, nella vita, la nostalgia sia una pessima compagna di viaggio.
Per sopravvivere, ci insegnano psicologi, storici, governanti e intelligentoni vari, bisogna sempre guardare avanti, mai indietro. Bisogna rivolgersi al futuro con fiducia, bisogna evitare confronti deprimenti e improduttivi con il passato.

Bene.
Saudade - Josè Ferraz de Almeida Jùnior  (1899)

Quindi mai e poi mai ritornare con la mente a quando il tuo lavoro aveva un valore, a quando qualcuno, seppur fugacemente, apprezzava la tua intelligenza e Il tuo buon senso, ti rendeva partecipe di un progetto, illudendoti di avere un ruolo costruttivo nel mondo, di essere quasi predestinato all'immortalità (in realtà traguardo "quasi" raggiunto, visto che ora ti hanno trasformato in uno zombie con un numero di matricola sulla fronte e null'altro).
Mai e poi mai ripensare alle belle passeggiate nel cuore antico della tua città, fra vecchie osterie fumose, librerie con scaffalature di legno massiccio, piccoli cinema la cui coda all'entrata ostacolava il passeggio del sabato pomeriggio, negozietti a conduzione familiare il cui nome e il cui prestigio passava di bocca in bocca da generazioni.
Mai e poi mai illudersi di aver trascorso i più begli anni della giovinezza in compagnia di veri e insostituibili amici, a ridere, chiacchierare e discutere di tutto fino a notte fonda, seduti sui muretti dei giardini, delle parrocchie, senza nessuna interferenza da parte di Facebook, Twitter, WhatsApp e suonerie demenziali, ma spesso accompagnati dalle urla isteriche ed esasperate delle vecchiette affacciate alle finestre, desiderose di dormire e di stare in pace almeno la notte.
Guai a ripensare al tuo vecchio motorino con avviamento a pedale, monocilindrico, due tempi, alimentato a miscela; quell'intruglio verdastro che ti preparavi personalmente in cantina con le attrezzature del piccolo chimico, retaggio di qualche regalo natalizio dell'infanzia.
Mai ripensare con rimpianto alle inzuppate di pioggia prese correndo in bici o in motorino da un quartiere all'altro della città per una festa, una prova in teatro, una riunione del gruppo "Attività sociali". Al tuo vecchio Eskimo fradicio e ai sacchetti di cellophane usati per proteggere le gambe, al tuo vecchio passamontagna rosso, buono per tutte le occasioni.

Vergognati, se ti viene voglia di rileggere i vecchi autori che hanno contribuito a cambiarti la vita, a stimolarti il pensiero, ad allargarti gli orizzonti. Garcia Marquez, Tolkien, Pavese, Bradbury, Dumas, Buzzati...

E non azzardarti neppure a riascoltare con immutato piacere quei vecchi LP polverosi che ti hanno aperto la mente a sonorità inaspettate: Genesis, Pink Floyd, King Crimson, Van der Graaf Generator, Premiata Forneria Marconi, Banco del Mutuo Soccorso...




Guai!
Sei solo disfattista e qualunquista. Un ingrato della peggior specie. 
Non apprezzi tutti gli sforzi che i nuovi padroni, i governanti intrallazzati, le multinazionali, le banche, gli sceicchi del petrolio e i loro amici fondamentalisti islamici stanno facendo per renderti il futuro migliore.

2015.
Ai tempi lontani cui attinge linfa vitale la mia nostalgia sembrava solo fantascienza. 
Non solo futuro, molto oltre. Forse troppo oltre.






domenica 4 gennaio 2015

Discorso di chi va, discorso di chi resta...



Natalino Balasso: Discorso di Capodanno 2015







domenica 7 dicembre 2014

Bogo bogonela, tira fora i corni...

Chiuso nel mio guscio di finte miserie, butto l'occhio dalle fessure sul mondo circostante e mi ritiro subito, spaventato. Qualcuno o qualcosa, talvolta, sempre più raramente, riesce ad aprire una breccia, a mostrarmi con disincantato candore come potrebbe essere la vita, vista con altri occhi.
Questo mi fa tornare alla mente il ritornello di una filastrocca che mi cantavano da bambino, osservando il comportamento delle lumache (ovvero chiocciole, quelle con la conchiglia), che dalle nostre parti vengono chiamate "bogoni": "Bogo bogonela, tira fora i corni..." 
Esci dal tuo guscio e guardami! Sono qua, sono vivo, non aver paura!

“Ogni desiderio che la mano non afferra è soltanto un sogno.”

Questa volta il ruolo di guida spirituale spetta a Daniel Pennac, indimenticato autore di quei magnifici racconti di realtà parallela e surreale dedicati al personaggio di Benjamin Malaussène e alla sua variegata e numerosissima famiglia, da sempre fra i miei preferiti.
È un piacere che sa di antico sfogliare ancora una volta le pagine, ancorché digitali, di un suo libro (Storia di un corpo), conoscere i suoi personaggi e addentrarsi nelle loro vite, così apparentemente naturali e comuni da sembrare quasi normali, anche se in realtà nel corso della lettura appare evidente quanto sia vero il contrario, particolarmente nel mio caso.

“Quel che più mi rattrista della specie umana non è tanto che passi il tempo a uccidersi, quanto che poi sopravviva.”

La storia narrata dal protagonista, a mo' di diario, attraverso le tappe delle sue percezioni prettamente fisiche e corporali ci porta a spasso con coraggioso realismo attraverso tutte le fasi della vita, dall'infanzia all'età adulta, fino alla vecchiaia e alla morte, soffermandosi ogni due passi a raccontare aneddoti ed episodi con voce pacata e ironico buon senso.

“Qualche giorno prima della morte di Tijo, ho telefonato a J.C., il suo “migliore amico” (sul piano dell’amicizia Tijo funzionava con categorie giovanili). Il migliore amico mi ha risposto che non sarebbe andato a trovare Tijo in ospedale; preferiva conservare di lui l’immagine di una “vitalità indistruttibile”. Delicatezza disgustosa, che abbandona un uomo alla propria agonia. Odio gli amici in spirito. Mi piacciono solo gli amici in carne e ossa.”

Ci conduce a girovagare, con apparente noncuranza, negli anfratti della natura umana, a seguire le sue evoluzioni fra le circonvoluzioni della nostra psiche, mantenendo inalterata la leggerezza e la sottile onnipresente ironia con cui affronta gli aspetti più delicati, più intimi, più  controversi della nostra vita, con cui si addentra dolcemente e pudicamente nella giungla dei sentimenti, dei rapporti fra i sessi e di quelli intergenerazionali.

“Un adolescente, quell’essere informe che esce dall’infanzia tirandosi per il pisello.”

Ci prende per mano e ci accompagna passo passo nei vicoli bui della nostra quotidianità; i piaceri evocati dai nostri cinque sensi, lo studio meticoloso della nostra corporale umanità, l'elementare essenzialità del sesso, gli stupidi cliché e le inevitabili ipocrisie che accompagnano gli eventi e i passaggi fondamentali della nostra esistenza fisica.

“Sei così educato che se il tuo culo potesse parlare direbbe “prot”.”

“L'ano, sezionando lo stronzo, svolge la funzione di un tagliasigari. E il volto, in entrambe le circostanze, mostra la medesima espressione concentrata.”



Grazie, caro Pennac, leggerti è stato come restare affacciato ad una finestra aperta sul cortile di un'altra vita, solo apparentemente e biologicamente simile alla mia, ma in realtà così diversa, così lontana, così irraggiungibile...

Beh, ora si è fatto tardi, vi saluto, devo rientrare nel mio guscio. 

Bogo bogonela...









domenica 26 ottobre 2014

Il futuro del CINEMA? ...È la TV!

Negli ultimissimi anni abbiamo assistito ad un proliferare di produzioni televisive di altissimo livello, nella quasi totalità dei casi di provenienza statunitense, unico paese al mondo in grado di supportare budget, organizzazione e tecnologia a tali standard di qualità.
Dai suoi esordi, la produzione di serie televisive da parte dei grandi Network ha fatto passi da gigante.

Proviamo ad abbozzare un piccolo elenco in ordine cronologico, naturalmente influenzato dai miei gusti personali e, perché no, anche dai miei ricordi infantili e adolescenziali.

Perry Mason (dal 1957);
Ai confini della realtà (The twiligth zone, dal 1959, tra gli sceneggiatori anche Ray Bradbury);
Colombo (dal 1968);
Le strade di San Francisco (dal 1972, con la futura stella Michael Douglas);
Spazio 1999,  Il tenente Kojak (dal 1973);
Happy Days (dal 1974);
Starsky & Hutch (dal 1975);
Miami Vice (dal 1984);
Law & Order (dal 1990);
X-Files (dal 1993);
E.R. Medici in prima linea (scritta da Michael Crichton e prodotta da Steven Spielberg, dal 1994);
CSI - Scena del crimine (dal 2000);
Alias (dal 2001), Lost (dal 2004), Fringe (dal 2008) tutte frutto del genio di J.J. Abrams.


Da questo momento in poi, un ulteriore salto di qualità ha partorito prodotti esemplari nel loro genere, come The Walking Dead in ambito fantasy-horror, Spartacus in ambito storico (clonato sulla tecnologia del film 300), Falling Skies e Revolution in ambito fantascientifico, Person of Interest, Dexter, the Mentalist, Criminal Minds, solo per citarne alcuni, in ambito poliziesco-thriller, per non dimenticare il pluripremiato Breaking Bad, collocato in un contesto drammatico-sociale estremamente unico e particolare.


Ora, a seguito di questa recente escalation di successo/qualità, un numero sempre maggiore di star hollywoodiane di grosso calibro si lascia tentare da produzioni televisive ad alto budget; attori innanzitutto, ma, in continuo aumento, anche registi, sceneggiatori e produttori. Ne rappresenta un esempio illustre il recentissimo The Knick, ancora inedito in Italia, che vanta la partecipazione di Clive Owen e la regia di Steven Soderbergh.

Negli ultimi tempi invece, anche nel nostro retrivo paese, abbiamo potuto apprezzare Kevin Spacey in House of Cards o Sean Bean In Games of Thrones, James Spader in The Blacklist o Mireille Enos in The Killing, Joe Mantegna in Criminal Minds o Kevin Bacon in The Following, per non parlare della splendida accoppiata Matthew McConaughey+Woody Harrelson in True Detective.

Sceneggiature ben scritte, trame sempre più avvincenti, location intriganti, montaggio e regia sempre in cerca di nuove e stimolanti soluzioni, ben supportati da una tecnologia HD e una computer grafica avanzatissime, in linea con i blockbuster più recenti in testa ai box office di mezzo mondo.

Questo il segreto del successo in una nuova era dell'intrattenimento televisivo.
Ricordate i vecchi "sceneggiati" della RAI? La freccia nera, Il commissario Maigret, A come Andromeda, la Cittadella, Il tenente Sheridan...?
Ora vogliamo forse contrastare lo strapotere d'oltreoceano con Don Matteo o Che Dio ci aiuti?
Ecco, appunto, che Dio ci aiuti, perché altrimenti...






martedì 7 ottobre 2014

Senza titolo n.2






Il sistema più efficace per rendere inoffensivi i poveri è insegnare loro a imitare i ricchi.”



Carlos Ruiz Zafòn – L’ombra del vento






domenica 7 settembre 2014

L'isola che non c'è... Forse c'è

Aspra, brulla, selvaggia, bruciata dal sole dell'Egeo e a periodi sferzata dal Meltemi, incastonata nell'arcipelago delle Cicladi Meridionali, l'isola di Folègandros, pur apparentemente inospitale, nasconde un sorprendente segreto.

È l'isola del silenzio.
Nessun locale notturno, nessun bar fracassone, nessuna spiaggia attrezzata, né beach bar che sparano musiche demenziali ad alto volume, né tantomeno villaggi turistici all-inclusive con animazione a tutte le ore.
Poco traffico, perlopiù dovuto ad auto e moto noleggiate dai turisti, attraverso un'unica strada, che serpeggia lungo la dorsale dell'isola per circa una dozzina di chilometri.
Pace e silenzio ovunque, o quasi. 

Alla consegna del silenzio si sono adattati perfino i turisti (tanti!) e -udite udite!- addirittura, così è sembrato a me,  quelli italiani (troppi!).
La rispettano con notevole costanza perfino i bambini e i cani (più affidabili i secondi...). 
E stranamente anche le suonerie dei cellulari.

Va detto, per amor di precisione, che non ho frequentato il capoluogo Chora nelle ore serali e notturne (non sono mai stato un nottambulo, tantomeno in ferie...), quindi non posso affermare con assoluta certezza che questa consegna sia rispettata anche in tale frangente, ma da quel che ho potuto notare, il più gettonato passatempo sembra essere quello di poltrire sulle sedie dei bar e delle taverne a tutte le ore, a bere, leggere, chiacchierare a bassa voce o semplicemente ammazzare il tempo, spesso in silenzio, ognuno per sé, davanti allo schermo del tablet o dello smartphone.
L'unica eccezione è rappresentata dagli anziani del luogo, che si animano durante interminabili partite di backgammon, il tradizionale gioco che da queste parti equivale alla briscola o al tressette delle nostre vecchie osterie di campagna.

Le spiagge migliori sono le più difficili da raggiungere; o a piedi, per i più coraggiosi, o in barca. E tutte rigorosamente vergini, assolate e desertiche. A parte la zona del porto, rare anche le classiche taverne sul mare. 
Quindi, una volta conquistato il difficile obiettivo, il turista soddisfatto se lo gode in religioso silenzio. Naturalmente, la straordinaria bellezza e qualità del mare ripagano ogni sforzo.

Passeggiando la sera lungo il porto, l'unico rumore proviene dalla risacca della spiaggia. Non uno scroscio di risa o un vociare improvviso traboccano dalle terrazze delle taverne. Tutti parlottano sommessamente e assaporano l'atmosfera d'altri tempi che pervade il luogo.
La pace è rotta solo occasionalmente dalla sirena del traghetto, che avvisa del suo arrivo o della sua partenza. Così come il traffico del porto, in occasione del transito dei traghetti, rappresenta l'unico momento di momentanea confusione. 

Unica nota dolente, l'asprezza del territorio va di pari passo con quella della popolazione. Raramente il popolo greco si è dimostrato così poco ospitale e affabile come su quest'isola. 
Anche se ormai, purtroppo, di veri greci autoctoni che lavorano in ambito turistico ne sono rimasti decisamente ben pochi.
Forse la difficoltà di adattare il proprio antico ritmo di vita mediterraneo alle esigenze del turismo moderno e alle pressioni del dio denaro è all'origine della rudezza con cui l'isola e i suoi abitanti affrontano questo rapporto conflittuale. 
Finora bisogna dire che ambedue, isola e abitanti, sono riusciti a mantenere sufficientemente intatta e protetta la propria integrità geografica e culturale.

Il silenzio e la quiete rappresentano la cornice ideale di questo paesaggio dimenticato dal tempo.