Blog NEWS (13/05/17)

  • - The end of the game...
  • - Continua l'autunno: nuovo post.
  • - Nuove foto: autunno stagione magica!

sabato 4 febbraio 2012

Appunti di cinema

Ormai la stagione cinematografica è a buon punto e si può già tracciare qualche bilancio.
Nel complesso, tra i film che ho avuto modo di vedere, non mi pare emerga alcun capolavoro, ma la qualità media dei prodotti cinematografici mi sembra in costante aumento negli ultimi anni, soprattutto nell’ambito delle produzioni “alternative” allo strapotere hollywoodiano. Qualche orribile caduta di stile non manca certamente; è inevitabile, così come qualche aspettativa delusa, per essere in linea ad esempio con gli sfegatati ammiratori di Woody Allen. Genio insuperato, a mio parere, dell’intreccio cinematografico, il grande Woody, negli ultimi anni ha proposto sceneggiature sempre brillanti e ricche di significati reconditi (fra tutte,  Match Point, Whatever Works - Basta che funzioni), anche se lontane dai suoi capolavori degli anni ’70 e ’80, da Io e Annie a La rosa purpurea del Cairo. Piacevolissimo si rivela anche l’ultimo Midnight in Paris, ove la sua vena magica e surreale prende il sopravvento.
Ma uno degli argomenti in assoluto più trattati e più gettonati nella produzione cinematografica recente, prevalentemente di origine europea o comunque mediterranea, è quello dell’immigrazione, dell’accoglienza (o meno…) e dell’integrazione fra immigrato e paese ospitante. Il problema, perché di problema si tratta, viene affrontato da svariati punti di vista, descritto e narrato da voci diverse per nascita, cultura e tradizioni. A dispetto di molte interpretazioni estremistiche –dal “ributtiamoli a mare” al “siamo tutti fratelli”- ho notato nella maggior parte dei casi un approccio al fenomeno molto rispettoso e delicato, con messaggi subliminali di comprensione e fratellanza che, visti nel piccolo contesto del racconto e della finzione, stimolano riflessioni anche negli animi meno generosi. Poi, una volta usciti dal cinema e ripiombati nella vita vera, la realtà è tutta un’altra cosa…
Fra tutti, mi hanno positivamente impressionato Io sono Li di Andrea Segre e Miracolo a Le Havre di Aki Kaurismaki.
Il primo, meravigliosamente ambientato e fotografato a Chioggia, colloca una sperduta madre cinese in un bar di pescatori veneti (fra cui Marco PaoliniRoberto CitranGiuseppe Battiston… più veneti di così!). Sarà proprio l’affetto e la generosità di questa gente semplice, soprattutto di Bepi il "Poeta", straniero a sua volta, ad aiutarla a sdebitarsi con la mafia cinese che gestisce il traffico di esseri umani e a ricongiungersi con l’amato figlio.
Nel secondo, una fiaba moderna un po’ surreale, ambientata negli squallidi ma umanissimi vicoli alla spalle del porto di Le Havre, un vecchio lustrascarpe, con la complicità dei vicini di casa e di uno sbirro dallo sguardo severo, ma dal cuore tenero, aiuta un giovane clandestino africano a fuggire in Inghilterra e ritrovare la madre. Il miracolo della solidarietà umana si materializza nella miracolosa guarigione della moglie del lustrascarpe, affetta da un tumore incurabile. Ovvero, morale della storia: fai del bene al tuo prossimo e te ne verrà restituito con gli interessi. Infatti, come dicevo all’inizio, si tratta di una fiaba…
Sempre sullo stesso argomento, da fuggire come la peste, Il villaggio di cartone di Ermanno Olmi. Una predica ininterrotta e prolissa, dal pulpito di una vera chiesa, anche se sconsacrata e disabitata, e dalla bocca di un vero prete a fine carriera, sulla nostra colpa di essere nati bianchi, ricchi ed egoisti in un mondo di sofferenza. Lentissimo e presuntuoso. Insopportabile. Ermanno Olmi mi aveva già fregato in passato (L'albero degli zoccoli…) con quella sua aria da sacrestano sputasentenze. Non accadrà più.


sabato 28 gennaio 2012

Venite a vedere l'uomo che vive! (1992-2012)

Non ho parole. E forse, quel che è peggio, non ho neppure fatti. Se per fatti s'intendono quelli che muovono la storia, che sconvolgono la vita, che imprimono sulla nostra pelle il duro marchio dell'esistenza e, talvolta, della sopravvivenza.
Cosa ho vissuto ? 
Nato nei radiosi anni '50, quando l'italiano medio iniziava a respirare e a vivere veramente dopo gli anni bui della guerra e della ricostruzione, ho trovato il mondo in piena rinascita, sorridente, ottimista, guidato da giovani democrazie forgiate dalle rivoluzioni e dalle riscossioni. 
Ho respirato subito, senza preparazione e senza gradualità, quella gradualità che fa gustare le cose, l'aria di libertà e di creatività che imbibiva l'aria. 
Ho visto ricchezze accumularsi con rapidità insperata fino a pochi anni prima e godute con cupidigia, quasi a mo' di "rimborso spese" per i disagi e le sofferenze patite. 
Ho visto e seguito nel tempo l'umana tecnologia innalzarsi a vertici inimmaginabili, ma non adeguatamente corrisposta da una crescita morale e spirituale, anzi quasi accompagnata da una tendenza inversa... 
Eppure tutto mi fa credere di non avere argomenti, fatti, esperienze da narrare ! Questo perché la pace, la serenità, l'agiatezza, la salute, il benessere... SONO MONOTONI ! 
Dov'è la drammaticità della storia ? Dove il PATHOS ? Dove la suspense e l'azione ? Nelle gite in bicicletta con gli amici la domenica, nelle passeggiate con la morosa, nell'abbonamento al cineforum ?
Macché !

Ho imbottito e stipato il mio cervello, ho alimentato la mia fantasia con le migliori storie d'avventura, coi libri e i films più emozionanti degli ultimi decenni e, in realtà, io chi sono? Dove somiglio ai miei eroi, a Edmond Dantès, a Indiana Jones, al Kevin Costner de "Gli Intoccabili", al Robin Williams de "L'attimo fuggente", a Philipe Marlowe/Humprey Bogart, a James Bond/Sean Connery, a Maigret, a Pepe Carvalho, a Charitos, a Montalbano, e, perchè no?, a Benjamin Malaussène... ?? 
Eppure devo. 
Devo trasformare la mia vita normale, pur anche piacevole, varia, fantasiosa, ma normale, in un'avventura degna di essere narrata a un figlio; in modo tale da fargliene apprezzare l'essenza e convincerlo a non pentirsene mai. 
E non solo. 
Devo spremere dai racconti, dalle avventure vere o false che siano, il succo della "positività" e porlo sempre in contrasto con ciò che positivo non è. Ma non solo la "positività" scontata, banale, stereotipata, ma quella più umile e nascosta, quella che sfugge ad uno sguardo superficiale, eppure è la più bella. 
Devo tratteggiare il dolore e la sofferenza senza spaventare, senza per questo renderli il contorno necessario ed irrinunciabile dell'esistenza, ma relegandoli nello sfondo, sfumati, lontani eppur presenti, in modo tale da non farsi troppo sorprendere dalla loro invadenza. 
Soprattutto devo insegnare a non farsi "abbindolare" troppo presto, ma pensare e poi ancora pensare fino a grattare il fondo della verità, anche se costa fatica, come ben c'insegnano i nostri eroi della carta stampata e della celluloide. 
E quando avrà capito il senso dei miei racconti non avrà più bisogno di eroi, ma solo di se stesso.


P.S. (2012). Dopo 20 anni rileggo queste righe e mi domando: ce l'ho fatta? Certo che no!



sabato 14 gennaio 2012

Ascolti della memoria - 2° parte

Nella personale e asimmetrica ricerca sulle mie “origini” musicali, a cui accennavo in qualche post precedente, mi sono finalmente imbattuto in quel vulcano in perpetua eruzione che risponde al nome di Frank Zappa. La complessità e la poliedricità della sua musica avevano limitato il mio interesse negli anni giovanili, forse mancandomi allora il variopinto background musicale e culturale che si rende necessario per avvicinarsi con più consapevolezza alla infinita discografia di questo geniaccio della musica contemporanea, prematuramente scomparso nel lontano 1993. Siffatta irrequietezza intellettuale, profondamente radicata nella cultura e società statunitense negli anni ‘60, ‘70 e ‘80 rappresenta sicuramente il carattere peculiare del personaggio, ma forse anche, per noi europei, il suo maggior limite. Attingendo a man bassa a repertori musicali disparati, dal blues al funk, dall’opera lirica al jazz, Frank Zappa ha saputo comporre partiture così complesse da rappresentare quasi una bizzarra mosca bianca nel panorama musicale del periodo, dominato dal rigido asse chitarra-basso-batteria-tastiere. Nelle sue Big Band, dai “Mothers of Invention” in poi,  si intrecciano una moltitudine di sonorità perfettamente assemblate, con la sua splendida chitarra in primo piano, le voci, i cori, le percussioni possenti e le entrate dei fiati da pelle d’oca. La famosa “Peaches En Regalia”, totalmente strumentale come molti altri suoi cavalli di battaglia, ne è un esempio maestoso. Soprattutto nelle performance dal vivo, per chi ha avuto la fortuna di assistervi, si godeva appieno delle sue grandi capacità sia di strumentista che di compositore, vero e proprio direttore d’orchestra, come nel caso della collaborazione con la London Symphony Orchestra negli anni ’80 o nell’album The Yellow Shark, ultimo pubblicato in vita.
Ma la maggior difficoltà per noi non cittadini USA, come dicevo, sta poi nel seguire –o meglio, non essere in grado di seguire- tutte le complicatissime e fantasiose vicende narrate dai suoi testi, costantemente ispirati a fatti di cronaca, storie e aneddoti della quotidianità americana, così distante e differente dalla nostra. Il linguaggio brutale e triviale, talora logorroico, infarcito di volgarità e doppi sensi, non aiuta la sua musica ad essere “popolare”, nel senso più banale del termine. Le sue radici italiane compaiono sporadicamente solo per titolare brani come “Tengo na minchia tanta” o “Questi cazzi di piccione”…
Naturalmente, le mie preferenze vanno alla produzione distribuita lungo il decennio degli anni ’70, per intenderci, grosso modo da “The Grand Wazoo” del 1972, a “Sheik Yerbouti” del 1979.

Come tutte le personalità artisticamente eccessive, anche a Frank Zappa capita di superare il limite della umana comprensione –la mia!- ed esasperare la tendenza alla sperimentazione musicale e all’improvvisazione. In questi casi basta pigiare il tasto stop o next del proprio lettore CD per passare ad altro… Anche l’ascoltatore ha gli stessi diritti del lettore, per parafrasare Daniel Pennac: interrompere, saltare brani, modificare l’ordine d’ascolto, ecc.
Alla prossima.






domenica 1 gennaio 2012

Un nuovo anno di solitudine?


Per comprendere il perché questo paese stia andando così rapidamente a puttane, forse non bisogna rivolgere lo sguardo troppo lontano.
Tempo fa, ai vertici dell' azienda pubblica dove lavoro da una vita, è stata inviata una lettera, ultima di una lunga serie, per  denunciare abusi e irregolarità ben documentati con dovizia di particolari, nomi e date, ponendo infine ai destinatari precisi quesiti a riguardo.
Ebbene, la risposta, che ho avuto modo di leggere nei giorni scorsi, fornita dai dirigenti (ir)responsabili lascia interdetti per la sua inadeguatezza, fumosità, inconcludenza e ipocrisia. In due pagine di linguaggio burocratico e contorto, ricco di citazioni normative e rimandi ad articoli e commi a solo scopo riempitivo, non viene data risposta a nessuno dei quesiti posti e prevalgono frasi come “non è di nostra competenza”, “per tale problema deve rivolgersi ad altro ufficio”, “la segnalazione va indirizzata alla Commissione Taldeitali” e via discorrendo. Un vergognoso esempio di scaricabarile e spocchioso menefreghismo che fa apparire Ponzio Pilato un povero dilettante.
Improvvisamente, giunti alla fine di questo capolavoro, ci si rende conto che i fastidiosi problemi segnalati semplicemente non esistono più, o meglio, non sono mai esistiti. Sono rimasto alcuni minuti a fissare questo foglio di carta con la sensazione di essere un fantasma, di non far parte di questo mondo (aridaje…!). E questo solo nel nostro piccolo microcosmo lavorativo. Figuriamoci a livello di amministrazione comunale, regionale, statale, fiscale o giudiziaria!
Per pura coincidenza, in questi giorni sto rileggendo lo straordinario “Cent’anni di solitudine” di Gabriel Garcia Marquez. 
Verso la fine del libro, viene narrato un episodio, lungo alcune pagine, in cui una protesta sindacale viene soffocata nel sangue, con migliaia di vittime e un unico sopravvissuto. I morti e i testimoni vengono fatti tutti sparire con un treno speciale nella notte, le strade ripulite, i soldati e le mitragliatrici trasferiti segretamente altrove, cosicchè il governo nega l’accaduto con tanto candore e sicurezza da non dare adito a nessun dubbio. Rimasto solo, l’unico sopravvissuto non capisce più quale sia la realtà e, sopraffatto dalla disperazione, si rinchiude per sempre in una stanza della casa rifiutando qualsiasi contatto col mondo esterno.
Guarda te, a volte, le coincidenze…

Buon Anno a tutti!



domenica 25 dicembre 2011

Buon Natale A CHI?

Ai nostri amati vicini di casa che ci tormentano da anni con i loro strepiti, le loro baruffe infinite, i loro perenni rumori di sottofondo, la loro musicaccia da subnormali?
Ai nostri amati direttori, superiori, caporeparto, capoufficio, dirigenti e supervisori di ogni ordine e grado, che si inventano di tutto e di più, con strategie fantasiose e superflue, per fracassarci i c…… ora dopo ora, giorno dopo giorno, rendendo difficile il semplice tramite l’inutile e trasformando il nostro amato lavoro in una tortura da Inquisizione spagnola?
Ai nostri amati governanti, eroi di questi giorni nella disperata lotta contro il Crack e il Default, che dopo essersi accordati con banche, multinazionali, speculatori e sanguisughe di regime per mettere bene al sicuro il proprio porcellino salvadanaio, ci hanno seppellito di tasse come un qualsiasi bambino delle elementari avrebbe saputo fare, chiedendo in cambio solo una merendina?
Ai nostri amati giovani teppisti parassiti, libero e democratico spurgo di eterne ingiustizie, oggi NO-TAV, domani NO Global, dopodomani Black Block, sabato notte sballo fumo alcool e botte e finalmente, domenica, tutti allo stadio curva nord?
Ai nostri amati calciatori (vedi sopra), divinità terrene dai pinghi portafogli, contesi, vezzeggiati, intoccabili anche in tempi di crisi profonda, una casta fra tante di privilegiati, insensibili a ICI-IMU, Irpef, IVA, pensioni di anzianità o di vecchiaia, ma disposti a qualche trucchetto per arrotondare il magro stipendio?
Agli inventori del telefonino, che hanno trasformato una massa di pecore al pascolo in persone dinamiche, vitali, inevitabili distributori automatici di suonerie demenziali e cazzate a cielo aperto 24 ore su 24; assassini del silenzio e della pace, della tranquillità e della riflessione; inquinatori di spazi aperti, luoghi sacri, panorami e paradisi naturali?
Alla nostra amata televisione, eletta a surrogato della nostra intelligenza e del nostro senso critico; ameba e baldracca straripante ai cui favori tutti ambiscono, senza distinzione di età, sesso e religione?



Caro Babbo Natale, poiché negli ultimi anni appartengo di diritto alla folta schiera dei pessimisti, afflitti dalla nota sindrome del “bicchiere mezzo vuoto”, ti chiedo solo un regalo, piccolo piccolo, un’inezia se confrontato con tutte le seconde-terze-quarte case, la Porsche Cayenne, il fuoribordo da 16 metri, iPad 64GB e TV a LED da 87 pollici: vorrei l’altra metà del bicchiere, quello mezzo pieno.
Grazie e a buon rendere…



Un piccolo saluto e augurio alle uniche che se la ridono: le mie due gatte!

lunedì 19 dicembre 2011

Ode al DISADATTATO

Alcuni anni fa ho letto un libro carino e molto delicato, che narrava uno strano intreccio di esistenze e stati d’animo in un contesto familiare molto particolare. Si trattava di “Quella sera dorata” di Peter Cameron, da cui è stato anche tratto un film di James Ivory che purtroppo non sono riuscito a vedere.
Ora ho avuto voglia di leggere l’ultima fatica dell’autore: “Un giorno questo dolore ti sarà utile”.
Lo stile della prosa è sempre ottimo e mi ha coinvolto piacevolmente la figura del protagonista, io narrante; un adolescente fin troppo maturo e precoce, che sforna massime di vita e considerazioni analitiche a tal punto ciniche e pessimistiche, ma realistiche, da essere frettolosamente etichettato come sociopatico e disadattato.
Sarà, ma mi sono trovato a condividere la quasi totalità delle sue conclusioni (“Se non fosse una tragedia, mi verrebbe da ridere a pensare che la religione è considerata una forza positiva, che rende le persone buone e caritatevoli. La maggior parte dei conflitti passati e presenti sono dovuti all’intolleranza religiosa.”), così come la sua sofferenza nel dover vivere sentendosi quasi sempre inadeguato e fuori posto in questo mondo e fra questa umanità.
A ben vedere, molti personaggi di opere letterarie o cinematografiche contemporanee soffrono di questa sindrome del “disadattato sociale”. Figure solitarie, isolate dal contesto sociale (?) per volontà propria o altrui, comunque brillanti e intelligenti, che si dibattono fra lavori inadeguati o precari, conflitti morali, sensi di colpa, difficoltà economiche e rapporti affettivi troppo complicati. Dal giovane Holden al mondo secondo Garp, dal Viaggio al termine della notte, attraverso lo sceriffo di non è un paese per vecchi e i vari commissari Montalbano, Charitos, Adamsberg, Wallander, fino a Daniel Sempere e Fermin Romero de Torres de L’Ombra del vento.
Casualmente mi capita di parlarne in giro e di esporre alcune considerazioni mie personali o tratte da alcune di queste opere (“Se la gente pensasse un quarto di quanto parla, questo mondo sarebbe un paradiso.”) e mi rendo conto che in molti hanno le mie stesse sensazioni, ma tacciono, cercano di ignorarle e soffrono in silenzio, forse per pudore o nel tentativo di esorcizzarle. 
Ci sentiamo impotenti prigionieri, ostaggi di un mondo costruito a misura di “altri” diversi da noi.

Mi torna in mente una battuta di un film carino di alcuni anni fa (“Si può fare”), ove un ex paziente psichiatrico, dimesso dal manicomio grazie alla famigerata legge 180, dice: “Non sono io ad essere scorbutico, sono gli altri che sono teste di cazzo!”.

martedì 29 novembre 2011

La fede in DIO, AIRBAG delle nostre coscienze

Due libri di recente lettura hanno riaperto vecchie ferite mai rimarginate.
Si tratta di Memoriale del convento” di José Saramago e La monaca” di Simonetta Agnello Hornby. Ambedue grandi affreschi storici, il primo nel Portogallo dominato dalla Santa Inquisizione di inizio Settecento; il secondo nel profondo meridione d’Italia la prima metà del 19° secolo.
In comune le due storie hanno, come è facile dedurre dai titoli, l’incombente ed oppressiva presenza della religione cattolica nei suoi aspetti peggiori. Con linguaggio bellico moderno, potremmo parlare di “arma di distruzione di massa”. Più che una fede intima e sublime, la religione rappresenta una presenza massiccia ed opprimente su tutti gli aspetti della vita pubblica e privata dei personaggi, senza limiti di tempo e di spazio, fino a stravolgerne il destino, siano essi poveracci, nobili, aristocratici, o addirittura teste coronate.
Tutte le fedi religiose, senza distinzione, hanno in comune l’esigenza di sostituirsi alla mente e all’anima delle persone. Ricordate il vecchio film di fantascenza degli anni ’50 “L’invasione degli ultracorpi”?
Tutti i ben oliati meccanismi di indottrinamento, catechesi, rituali, dogmi, scadenze e suddivisione del tempo in funzione di celebrazioni e ricorrenze, tutti hanno come unico scopo sostituire il nostro libero pensiero con un percorso prestabilito che ingabbia la nostra mente e pretende di proteggerla da malefiche influenze esterne. I rituali, fondamentali, ci assorbono l’intera giornata senza lasciare spazio  a demoniache ingerenze, pensieri impudichi, curiosità pericolose. Questo ci permette di delegare ad un essere trascendente, ma più spesso ai suoi ipocriti rappresentanti sulla terra, le nostre decisioni e le nostre scelte. Tutto è demandato alla volontà di Dio. Inshallah ! Bella scusa. 
Trincerati dietro questa secolare ipocrisia, tutto è permesso. Un Pater Ave Gloria e ogni nefandezza si purifica in un soave pentimento. L’anima si ripulisce e possiamo guardare il mondo con occhi limpidi, senza macchia. E ricominciare da capo...
Ormai questo intreccio di autoindulgenza e complicità reciproca porta sempre più a spostare il nostro baricentro morale verso un sano opportunismo: di fronte a scelte critiche non ci chiediamo più se è giusto o sbagliato, ma solo se ci conviene o non ci conviene.
La protagonista del libro della Agnello Hornby si ribella a tutto questo. Riesce con la forza di volontà, la perseveranza e l’aiuto di una fede pulita e sincera, a sottrarsi a questo ingranaggio infernale che la vorrebbe sepolta viva in un convento e, seppure con sofferenza, a vivere la sua vita...
Quanti di noi, e mi rivolgo principalmente ai ferventi cattolici, sanno fare altrettanto?
Io le mie scelte le ho fatte da tempo e nonostante l’invecchiamento, le esperienze spesso negative e le ferite di eterne battaglie, non posso che esserne fiero. D’altronde, diceva Ezra Pound: “Se un uomo non è disposto a correre qualche rischio per le proprie idee, o non vale niente lui, o non valgono niente le sue idee.”.


domenica 6 novembre 2011

Il mio amico Kostas Charitos

Io e Kostas ci frequentiamo già da qualche anno. All’inizio, al primo approccio, ero un po’ scettico e diffidente, sia perchè il nostro incontro è stato piuttosto casuale, sia a causa del suo lavoro che, sulle prime, ispira sempre poca simpatia. Infatti Kostas di mestiere fa il commissario di polizia, come Montalbano insomma. Piano piano però, conoscendolo, si scoprono di lui gli aspetti più piacevoli. Stando in sua compagnia si ha sempre l’impressione di trovare un vecchio amico, un po’ brontolone, un po’ ingenuo, un po’ cinico e disincantato.

Anche lui, come noi, sempre alle prese coi problemi quotidiani; il traffico bestiale (che lo fa incazzare da morire!), lo stipendio miserevole, la vecchia auto da cambiare, i difficili rapporti coi superiori al lavoro e con la moglie a casa. Anche sua figlia Caterina lo fa dannare, ma alla fine prevale sempre l’affetto del padre e la sua predisposizione a viziarla e difenderla dalle ingerenze materne.
Mi piacciono particolarmente le sue battute ironiche e la sua aria di sopportazione nei momenti in cui diventa più difficile digerire i contrasti fra il suo vecchio mondo, che in fondo è anche il mio, e quest’intruglio volgare che cercano di rifilarci come il nuovo mondo, pieno di bellimbusti da televisione, politici arroganti ed incapaci, telefonini onnipresenti e iPad da spiaggia. A sottolineare questo eterno conflitto, ci si mette pure la sua strana passione per i vocabolari; quelli di carta, intendo. 
Questo carattere vecchio stampo è la sua peculiarità anche sul lavoro, ove, senza mai strafare, con modestia e perseveranza, ma anche con la convinzione delle proprie capacità, snoda pazientemente bandoli di matasse talora così complicate da scoraggiare chiunque. Quando ci incontriamo, mi racconta con piacere le sue avventure poliziesche, senza mai vantarsi o attribuirsi meriti particolari, anzi quasi con distacco, come se lui non fosse il protagonista, ma una semplice comparsa. Con tutta la presunzione che dilaga, questo fa di lui un eroe.


A proposito, quasi dimenticavo di dirvi che Kostas Charitos non è una persona reale, viva e vegeta, ma un personaggio di fantasia, creato dalla penna di Petros Markaris, sceneggiatore e romanziere greco non più giovanissimo (ma non come Camilleri!). Se volete fare la sua conoscenza, ve lo posso presentare.




sabato 22 ottobre 2011

Ahi Ahi Ahi, iMac...


Quando arrivo a fine settembre e vedo segnata sul calendario la data del mio compleanno, ormai mi prende un coccolone.
Allora, per riprendermi rapidamente dallo shock, decido di farmi un bel regalo; in genere un capriccio tecnologico che nessun’altro fra parenti e amici (ormai pochissimi) sarebbe in grado di farmi.
Quest’anno l’ho fatta grossa: mi sono regalato un nuovo computer, ma non uno qualsiasi; addirittura un iMac 21,5” con CPU Intel Core i5 2,7GHz di ultima generazione, appena sfornato da Steve Jobs in persona (che poi, per l’emozione è pure schiattato!).



Per me che ho sempre vissuto all’ombra di Windows e compagnia, il salto è stato notevole, ma la curiosità ormai era troppa…
Dopo un mese di cincionamenti per adattare alle mie esigenze e caratteristiche un prodotto molto (troppo?) preimpostato, con un po’ di arroganza, sul FACCIOTUTTOIOeAMODOMIO, il bilancio non può che essere positivo. I trucchi per plasmare il mondo Mac a tua immagine e somiglianza non mancano, ma bisogna avere la pazienza di andarli a cercare in giro sul web. D’altronde le mie esigenze sono notevoli: editing video in alta definizione, elaborazione audio con gestione di vari formati di compressione lossy e unlosses, fotoritocco e grafica elementare, programmi office, videostreaming, ecc.
Concludendo, ora ho di che divertirmi; infatti tutto il materiale video-audio-fotografico raccolto negli ultimi mesi sta passando al vaglio del mio nuovo iMac.
I primi risultati stanno per arrivare e ne vedremo delle belle. In tutti i sensi.


domenica 25 settembre 2011

"Dedicato a tutti quelli che stanno scappando"

Dalle preferenze espresse nella colonna alla vostra destra, è facile dedurre che uno dei miei film preferiti, se non addirittura “il” preferito, è senza dubbio Mediterraneo di Gabriele Salvatores.
Un film del 1991, vincitore quell’anno del premio Oscar per il miglior film straniero, che racconta con leggerezza e acume, grazie ad una straordinaria sceneggiatura, spumeggiante e quasi teatrale, le avventure di un gruppo eterogeneo di nostri soldati mandati a presidiare, nell’estate del 1941, una sperduta isoletta greca del Dodecaneso.
Ebbene, da allora ho sempre desiderato andare a visitare questo piccolo paradiso, il cui nome attuale è Kastellorizo, allora Megisti, dove ogni angolo, ogni piazzetta mi ispirava un senso di pace e serenità.
Quest’anno finalmente ce l’ho fatta!
Arrivati a bordo di un aeroplanino a elica, l’unico in grado di atterrare nel piccolo aeroporto dell’isola, dopo un breve tragitto in auto pubblica, ci siamo ritrovati in un magico porticciolo circondato da vecchie case colorate, quasi tutte ristrutturate nella classica architettura locale, digradanti dai colli verso un mare verde e cristallino. L’atmosfera del luogo è fantastica. Nessuna auto; barche a vela e a motore, sia da pesca che da diporto, ormeggiate lungo il molo, in alcuni punti quasi a ridosso dei tavolini di taverne e bar frequentati a tutte le ore da turisti e gente del posto. Movimenti languidi e rilassati sotto un sole implacabile e un po’ afoso fin dal primo mattino. Nei vicoli tra una casa e l’altra, sul promontorio che divide le due baie, quella principale di Megisti e quella di Mandraki, lungo le ripide scalinate verso il Paleokastro, sulle terrazze e sui muriccioli adibiti a solarium con accesso al mare, a due passi dalla casa di Vassilissa…

...Vedi Slideshow definitiva alla pagina FOTO!


Basta così, altrimenti la nostalgia e il contrasto con la dura realtà di tutti i giorni diventano mal sopportabili. Aggiungo qualche foto a mo’ di assaggio, in attesa del video e della slideshow definitiva.