Blog NEWS (13/05/17)

  • - The end of the game...
  • - Continua l'autunno: nuovo post.
  • - Nuove foto: autunno stagione magica!

domenica 4 marzo 2012

4/3/43

Addio Lucio.
Per ringraziarti adeguatamente, anch’io, come tutti, ho rovistato nel baule della mia vita per trovare qualche ricordo, qualche aneddoto che si aggrappi indissolubilmente alle tue canzoni. Non è stato difficile. Il decennio compreso fra la metà degli anni 70 e la metà degli 80 è stato senza dubbio il più felice e creativo della mia vita. Non per nulla veleggiavo arditamente fra l’adolescenza e la giovinezza: Il liceo prima e l’università poi, nuovi amici stimolanti, la passione per la musica, la letteratura, la poesia, il cinema, il teatro…
Come poteva mancare in questo contesto la musica di Lucio Dalla? Sono di quegli anni infatti i capolavori Come è profondo il mare, Lucio Dalla e Dalla.
Fra il 1979 e il 1980, con la compagnia di allora, allestimmo uno spettacolo di prosa autoprodotto, senza pretese, da teatrino di quartiere, nulla più. Nella scena finale un uomo, rimasto da solo sul palco, si accinge a scrivere una lunga lettera. Quale poteva essere la colonna sonora ideale se non L’anno che verrà (…Caro amico ti scrivo…) di Lucio Dalla?
Negli anni successivi, dal 1981 al 1982, ho indegnamente condotto, per una scalcinata radio locale, un programma settimanale tutto dedicato alla musica italiana, presuntuosamente intitolato “Capriccio Italiano”. Ho conservato gelosamente i quaderni su cui annotavo i miei commenti e le scalette musicali (mai lasciare nulla al caso!). Li ho risuscitati dallo scatolone della cantina in cui erano conservati e rileggendoli con nostalgia, naturalmente mi sono reso conto che il nome di Dalla ricorreva spesso e volentieri, sia con brani della prima produzione, sia con i lavori più recenti (per allora!). Addirittura, nell’autunno dell’81 ho dedicato a Dalla ben due puntate monografiche. Il brano conclusivo di quella raccolta non poteva che essere, ancora una volta, L’anno che verrà.
Anche nella mia ormai vasta produzione video non può mancare un frammento in cui la traccia audio è rappresentata da una canzone di Lucio Dalla. Proprio con questo clip e con questa canzone indimenticabile voglio salutarti. Ciao Lucio.

  Dice che era un bell'uomo e veniva,
veniva dal mare
parlava un'altra lingua,
pero' sapeva amare
e quel giorno lui prese a mia madre
sopra un bel prato
l'ora piu' dolce prima di essere ammazzato

Cosi' lei resto' sola nella stanza,
la stanza sul porto
con l'unico vestito ogni giorno piu' corto
e benche' non sapesse il nome
e neppure il paese
mi aspetto' come un dono d'amore fin dal primo mese

Compiva 16 anni quel giorno la mia mamma
le strofe di taverna,
le canto' a ninna nanna
e stringendomi al petto che sapeva,
sapeva di mare
giocava a fare la donna con il bimbo da fasciare.

E forse fu per gioco o forse per amore
che mi volle chiamare come nostro Signore
Della sua breve vita  il ricordo piu' grosso
e' tutto in questo nome
che io mi porto addosso

E ancora adesso che gioco a carte
e bevo vino
per la gente del porto
mi chiamo Gesu' bambino
e ancora adesso che gioco a carte
e bevo vino
per la gente del porto
mi chiamo Gesu' bambino
e ancora adesso che gioco a carte
e bevo vino
per la gente del porto
mi chiamo Gesu' Bambino



sabato 18 febbraio 2012

Omaggio a Ivano Fossati (il potere di una canzone 3)

Grazie Ivano, per la tua musica e le tue parole…
Dopo l’inatteso annuncio del tuo ritiro dalle scene, un bellissimo epilogo della tua storia e della tua vita artistica l’hai regalato a tutti noi, fortunati partecipanti, la sera del 13 febbraio scorso, al Teatro Filarmonico.
Durante un coinvolgente e interminabile concerto, quasi tre ore, ci hai condotto per mano attraverso la tua avventura e la tua grande passione musicale –come tu stesso hai voluto sottolineare in più occasioni- dai primi anni settanta ai giorni nostri. 
Hai alternato ritmiche sostenute e rockeggianti (Viaggiatori d’occidente, Ho sognato una strada, La musica che gira intorno…) a brani più intimi e riflessivi (Mio fratello che guardi il mondo, C'é tempo, La costruzione di un amore…); hai stimolato la nostra riflessione e fustigato le nostre coscienze (Il disertore, Cara democrazia, Quello che manca al mondo…); hai infuso speranza nei nostri cuori affranti dagli scossoni della vita (I treni a vapore, Lindbergh, L’amore fa, Il bacio sulla bocca…). Abbiamo immaginato insieme a te la tua Genova (Chi guarda Genova…), dove sei nato e cresciuto nel lontano 1951, e dove hai appreso i primi rudimenti musicali; abbiamo seguito i tuoi passi nei vicoli della città vecchia mentre affabulavi in compagnia del tuo vecchio amico e concittadino Fabrizio de Andrè, col quale hai scritto e interpretato grandi canzoni del nostro tempo (A çimma, Smisurata preghiera…).
La serata è stata resa magica anche da un pubblico entusiasta e partecipe, competente nel riconoscere fin dalle prime note i brani del tuo repertorio e molto caloroso e affettuoso nei tuoi confronti, compresa standing ovation finale. Cosa chiedere di più dopo quarant’anni di musica, durante i quali hai firmato alcune delle più belle canzoni italiane “d’autore” ?
Insomma, abbiamo seguito il tuo esempio: siamo usciti dal teatro più ricchi e più sensibili di quando siamo entrati, esattamente come accade quando si legge un bel libro, volendo parafrasare le tue stesse parole.
Per ringraziarti, ho rielaborato un videomix di qualche anno fa, ispirato ad una delle tue canzoni più belle: L’amore fa.


L'amore fa l'acqua buona
fa passare la malinconia
crescere i capelli l'amore fa
l'amore accarezza i figli
l'amore parla con i vecchi
qualcuno vuole bene ai piu' lontani
anche per telefono
l'amore fa guerra agli idioti
agli arroganti pericolosi
fa bellissima la stanchezza
avvicina la fortuna quando puo'
fa buona la cucina
l'amore e' una puttana
che onora la bellezza
di un bacio per regalo

cose che fanno ridere
l'amore fa
cose che fanno piangere

l'amore fa begli gli uomini
sagge le donne
l'amore fa
cantare le allodole
dolce la pioggia d'autunno
e vi dico che fa viaggiare, si'
illumina le strade
fa grandi le occasioni
di credere e di imparare

cose che fanno ridere
l'amore fa
cose che fanno piangere

fa crescere i gerani e le rose
aprire i balconi
l'amore fa
confondere le citta'
ma riconoscere i padroni
l'amore lo fa
aprire bene gli occhi
amare piu' se stessi
l'amore fa bene alla gente
comprendere il perdono
l'amore fa.



sabato 4 febbraio 2012

Appunti di cinema

Ormai la stagione cinematografica è a buon punto e si può già tracciare qualche bilancio.
Nel complesso, tra i film che ho avuto modo di vedere, non mi pare emerga alcun capolavoro, ma la qualità media dei prodotti cinematografici mi sembra in costante aumento negli ultimi anni, soprattutto nell’ambito delle produzioni “alternative” allo strapotere hollywoodiano. Qualche orribile caduta di stile non manca certamente; è inevitabile, così come qualche aspettativa delusa, per essere in linea ad esempio con gli sfegatati ammiratori di Woody Allen. Genio insuperato, a mio parere, dell’intreccio cinematografico, il grande Woody, negli ultimi anni ha proposto sceneggiature sempre brillanti e ricche di significati reconditi (fra tutte,  Match Point, Whatever Works - Basta che funzioni), anche se lontane dai suoi capolavori degli anni ’70 e ’80, da Io e Annie a La rosa purpurea del Cairo. Piacevolissimo si rivela anche l’ultimo Midnight in Paris, ove la sua vena magica e surreale prende il sopravvento.
Ma uno degli argomenti in assoluto più trattati e più gettonati nella produzione cinematografica recente, prevalentemente di origine europea o comunque mediterranea, è quello dell’immigrazione, dell’accoglienza (o meno…) e dell’integrazione fra immigrato e paese ospitante. Il problema, perché di problema si tratta, viene affrontato da svariati punti di vista, descritto e narrato da voci diverse per nascita, cultura e tradizioni. A dispetto di molte interpretazioni estremistiche –dal “ributtiamoli a mare” al “siamo tutti fratelli”- ho notato nella maggior parte dei casi un approccio al fenomeno molto rispettoso e delicato, con messaggi subliminali di comprensione e fratellanza che, visti nel piccolo contesto del racconto e della finzione, stimolano riflessioni anche negli animi meno generosi. Poi, una volta usciti dal cinema e ripiombati nella vita vera, la realtà è tutta un’altra cosa…
Fra tutti, mi hanno positivamente impressionato Io sono Li di Andrea Segre e Miracolo a Le Havre di Aki Kaurismaki.
Il primo, meravigliosamente ambientato e fotografato a Chioggia, colloca una sperduta madre cinese in un bar di pescatori veneti (fra cui Marco Paolini, Roberto Citran e Giuseppe Battiston… più veneti di così!). Sarà proprio l’affetto e la generosità di questa gente semplice, soprattutto di Bepi il "Poeta", straniero a sua volta, ad aiutarla a sdebitarsi con la mafia cinese che gestisce il traffico di esseri umani e a ricongiungersi con l’amato figlio.
Nel secondo, una fiaba moderna un po’ surreale, ambientata negli squallidi ma umanissimi vicoli alla spalle del porto di Le Havre, un vecchio lustrascarpe, con la complicità dei vicini di casa e di uno sbirro dallo sguardo severo, ma dal cuore tenero, aiuta un giovane clandestino africano a fuggire in Inghilterra e ritrovare la madre. Il miracolo della solidarietà umana si materializza nella miracolosa guarigione della moglie del lustrascarpe, affetta da un tumore incurabile. Ovvero, morale della storia: fai del bene al tuo prossimo e te ne verrà restituito con gli interessi. Infatti, come dicevo all’inizio, si tratta di una fiaba…
Sempre sullo stesso argomento, da fuggire come la peste, Il villaggio di cartone di Ermanno Olmi. Una predica ininterrotta e prolissa, dal pulpito di una vera chiesa, anche se sconsacrata e disabitata, e dalla bocca di un vero prete a fine carriera, sulla nostra colpa di essere nati bianchi, ricchi ed egoisti in un mondo di sofferenza. Lentissimo e presuntuoso. Insopportabile. Ermanno Olmi mi aveva già fregato in passato (L'albero degli zoccoli…) con quella sua aria da sacrestano sputasentenze. Non accadrà più.


sabato 28 gennaio 2012

Venite a vedere l'uomo che vive! (1992-2012)

Non ho parole. E forse, quel che è peggio, non ho neppure fatti. Se per fatti s'intendono quelli che muovono la storia, che sconvolgono la vita, che imprimono sulla nostra pelle il duro marchio dell'esistenza e, talvolta, della sopravvivenza.
Cosa ho vissuto ? 
Nato nei radiosi anni '50, quando l'italiano medio iniziava a respirare e a vivere veramente dopo gli anni bui della guerra e della ricostruzione, ho trovato il mondo in piena rinascita, sorridente, ottimista, guidato da giovani democrazie forgiate dalle rivoluzioni e dalle riscossioni. 
Ho respirato subito, senza preparazione e senza gradualità, quella gradualità che fa gustare le cose, l'aria di libertà e di creatività che imbibiva l'aria. 
Ho visto ricchezze accumularsi con rapidità insperata fino a pochi anni prima e godute con cupidigia, quasi a mo' di "rimborso spese" per i disagi e le sofferenze patite. 
Ho visto e seguito nel tempo l'umana tecnologia innalzarsi a vertici inimmaginabili, ma non adeguatamente corrisposta da una crescita morale e spirituale, anzi quasi accompagnata da una tendenza inversa... 
Eppure tutto mi fa credere di non avere argomenti, fatti, esperienze da narrare ! Questo perché la pace, la serenità, l'agiatezza, la salute, il benessere... SONO MONOTONI ! 
Dov'è la drammaticità della storia ? Dove il PATHOS ? Dove la suspense e l'azione ? Nelle gite in bicicletta con gli amici la domenica, nelle passeggiate con la morosa, nell'abbonamento al cineforum ?
Macché !

Ho imbottito e stipato il mio cervello, ho alimentato la mia fantasia con le migliori storie d'avventura, coi libri e i films più emozionanti degli ultimi decenni e, in realtà, io chi sono? Dove somiglio ai miei eroi, a Edmond Dantès, a Indiana Jones, al Kevin Costner de "Gli Intoccabili", al Robin Williams de "L'attimo fuggente", a Philipe Marlowe/Humprey Bogart, a James Bond/Sean Connery, a Maigret, a Pepe Carvalho, a Charitos, a Montalbano, e, perchè no?, a Benjamin Malaussène... ?? 
Eppure devo. 
Devo trasformare la mia vita normale, pur anche piacevole, varia, fantasiosa, ma normale, in un'avventura degna di essere narrata a un figlio; in modo tale da fargliene apprezzare l'essenza e convincerlo a non pentirsene mai. 
E non solo. 
Devo spremere dai racconti, dalle avventure vere o false che siano, il succo della "positività" e porlo sempre in contrasto con ciò che positivo non è. Ma non solo la "positività" scontata, banale, stereotipata, ma quella più umile e nascosta, quella che sfugge ad uno sguardo superficiale, eppure è la più bella. 
Devo tratteggiare il dolore e la sofferenza senza spaventare, senza per questo renderli il contorno necessario ed irrinunciabile dell'esistenza, ma relegandoli nello sfondo, sfumati, lontani eppur presenti, in modo tale da non farsi troppo sorprendere dalla loro invadenza. 
Soprattutto devo insegnare a non farsi "abbindolare" troppo presto, ma pensare e poi ancora pensare fino a grattare il fondo della verità, anche se costa fatica, come ben c'insegnano i nostri eroi della carta stampata e della celluloide. 
E quando avrà capito il senso dei miei racconti non avrà più bisogno di eroi, ma solo di se stesso.


P.S. (2012). Dopo 20 anni rileggo queste righe e mi domando: ce l'ho fatta? Certo che no!



sabato 14 gennaio 2012

Ascolti della memoria - 2° parte

Nella personale e asimmetrica ricerca sulle mie “origini” musicali, a cui accennavo in qualche post precedente, mi sono finalmente imbattuto in quel vulcano in perpetua eruzione che risponde al nome di Frank Zappa. La complessità e la poliedricità della sua musica avevano limitato il mio interesse negli anni giovanili, forse mancandomi allora il variopinto background musicale e culturale che si rende necessario per avvicinarsi con più consapevolezza alla infinita discografia di questo geniaccio della musica contemporanea, prematuramente scomparso nel lontano 1993. Siffatta irrequietezza intellettuale, profondamente radicata nella cultura e società statunitense negli anni ‘60, ‘70 e ‘80 rappresenta sicuramente il carattere peculiare del personaggio, ma forse anche, per noi europei, il suo maggior limite. Attingendo a man bassa a repertori musicali disparati, dal blues al funk, dall’opera lirica al jazz, Frank Zappa ha saputo comporre partiture così complesse da rappresentare quasi una bizzarra mosca bianca nel panorama musicale del periodo, dominato dal rigido asse chitarra-basso-batteria-tastiere. Nelle sue Big Band, dai “Mothers of Invention” in poi,  si intrecciano una moltitudine di sonorità perfettamente assemblate, con la sua splendida chitarra in primo piano, le voci, i cori, le percussioni possenti e le entrate dei fiati da pelle d’oca. La famosa “Peaches En Regalia”, totalmente strumentale come molti altri suoi cavalli di battaglia, ne è un esempio maestoso. Soprattutto nelle performance dal vivo, per chi ha avuto la fortuna di assistervi, si godeva appieno delle sue grandi capacità sia di strumentista che di compositore, vero e proprio direttore d’orchestra, come nel caso della collaborazione con la London Symphony Orchestra negli anni ’80 o nell’album The Yellow Shark, ultimo pubblicato in vita.
Ma la maggior difficoltà per noi non cittadini USA, come dicevo, sta poi nel seguire –o meglio, non essere in grado di seguire- tutte le complicatissime e fantasiose vicende narrate dai suoi testi, costantemente ispirati a fatti di cronaca, storie e aneddoti della quotidianità americana, così distante e differente dalla nostra. Il linguaggio brutale e triviale, talora logorroico, infarcito di volgarità e doppi sensi, non aiuta la sua musica ad essere “popolare”, nel senso più banale del termine. Le sue radici italiane compaiono sporadicamente solo per titolare brani come “Tengo na minchia tanta” o “Questi cazzi di piccione”…
Naturalmente, le mie preferenze vanno alla produzione distribuita lungo il decennio degli anni ’70, per intenderci, grosso modo da “The Grand Wazoo” del 1972, a “Sheik Yerbouti” del 1979.

Come tutte le personalità artisticamente eccessive, anche a Frank Zappa capita di superare il limite della umana comprensione –la mia!- ed esasperare la tendenza alla sperimentazione musicale e all’improvvisazione. In questi casi basta pigiare il tasto stop o next del proprio lettore CD per passare ad altro… Anche l’ascoltatore ha gli stessi diritti del lettore, per parafrasare Daniel Pennac: interrompere, saltare brani, modificare l’ordine d’ascolto, ecc.
Alla prossima.






domenica 1 gennaio 2012

Un nuovo anno di solitudine?


Per comprendere il perché questo paese stia andando così rapidamente a puttane, forse non bisogna rivolgere lo sguardo troppo lontano.
Tempo fa, ai vertici dell' azienda pubblica dove lavoro da una vita, è stata inviata una lettera, ultima di una lunga serie, per  denunciare abusi e irregolarità ben documentati con dovizia di particolari, nomi e date, ponendo infine ai destinatari precisi quesiti a riguardo.
Ebbene, la risposta, che ho avuto modo di leggere nei giorni scorsi, fornita dai dirigenti (ir)responsabili lascia interdetti per la sua inadeguatezza, fumosità, inconcludenza e ipocrisia. In due pagine di linguaggio burocratico e contorto, ricco di citazioni normative e rimandi ad articoli e commi a solo scopo riempitivo, non viene data risposta a nessuno dei quesiti posti e prevalgono frasi come “non è di nostra competenza”, “per tale problema deve rivolgersi ad altro ufficio”, “la segnalazione va indirizzata alla Commissione Taldeitali” e via discorrendo. Un vergognoso esempio di scaricabarile e spocchioso menefreghismo che fa apparire Ponzio Pilato un povero dilettante.
Improvvisamente, giunti alla fine di questo capolavoro, ci si rende conto che i fastidiosi problemi segnalati semplicemente non esistono più, o meglio, non sono mai esistiti. Sono rimasto alcuni minuti a fissare questo foglio di carta con la sensazione di essere un fantasma, di non far parte di questo mondo (aridaje…!). E questo solo nel nostro piccolo microcosmo lavorativo. Figuriamoci a livello di amministrazione comunale, regionale, statale, fiscale o giudiziaria!
Per pura coincidenza, in questi giorni sto rileggendo lo straordinario “Cent’anni di solitudine” di Gabriel Garcia Marquez. 
Verso la fine del libro, viene narrato un episodio, lungo alcune pagine, in cui una protesta sindacale viene soffocata nel sangue, con migliaia di vittime e un unico sopravvissuto. I morti e i testimoni vengono fatti tutti sparire con un treno speciale nella notte, le strade ripulite, i soldati e le mitragliatrici trasferiti segretamente altrove, cosicchè il governo nega l’accaduto con tanto candore e sicurezza da non dare adito a nessun dubbio. Rimasto solo, l’unico sopravvissuto non capisce più quale sia la realtà e, sopraffatto dalla disperazione, si rinchiude per sempre in una stanza della casa rifiutando qualsiasi contatto col mondo esterno.
Guarda te, a volte, le coincidenze…

Buon Anno a tutti!



domenica 25 dicembre 2011

Buon Natale A CHI?

Ai nostri amati vicini di casa che ci tormentano da anni con i loro strepiti, le loro baruffe infinite, i loro perenni rumori di sottofondo, la loro musicaccia da subnormali?
Ai nostri amati direttori, superiori, caporeparto, capoufficio, dirigenti e supervisori di ogni ordine e grado, che si inventano di tutto e di più, con strategie fantasiose e superflue, per fracassarci i c…… ora dopo ora, giorno dopo giorno, rendendo difficile il semplice tramite l’inutile e trasformando il nostro amato lavoro in una tortura da Inquisizione spagnola?
Ai nostri amati governanti, eroi di questi giorni nella disperata lotta contro il Crack e il Default, che dopo essersi accordati con banche, multinazionali, speculatori e sanguisughe di regime per mettere bene al sicuro il proprio porcellino salvadanaio, ci hanno seppellito di tasse come un qualsiasi bambino delle elementari avrebbe saputo fare, chiedendo in cambio solo una merendina?
Ai nostri amati giovani teppisti parassiti, libero e democratico spurgo di eterne ingiustizie, oggi NO-TAV, domani NO Global, dopodomani Black Block, sabato notte sballo fumo alcool e botte e finalmente, domenica, tutti allo stadio curva nord?
Ai nostri amati calciatori (vedi sopra), divinità terrene dai pinghi portafogli, contesi, vezzeggiati, intoccabili anche in tempi di crisi profonda, una casta fra tante di privilegiati, insensibili a ICI-IMU, Irpef, IVA, pensioni di anzianità o di vecchiaia, ma disposti a qualche trucchetto per arrotondare il magro stipendio?
Agli inventori del telefonino, che hanno trasformato una massa di pecore al pascolo in persone dinamiche, vitali, inevitabili distributori automatici di suonerie demenziali e cazzate a cielo aperto 24 ore su 24; assassini del silenzio e della pace, della tranquillità e della riflessione; inquinatori di spazi aperti, luoghi sacri, panorami e paradisi naturali?
Alla nostra amata televisione, eletta a surrogato della nostra intelligenza e del nostro senso critico; ameba e baldracca straripante ai cui favori tutti ambiscono, senza distinzione di età, sesso e religione?



Caro Babbo Natale, poiché negli ultimi anni appartengo di diritto alla folta schiera dei pessimisti, afflitti dalla nota sindrome del “bicchiere mezzo vuoto”, ti chiedo solo un regalo, piccolo piccolo, un’inezia se confrontato con tutte le seconde-terze-quarte case, la Porsche Cayenne, il fuoribordo da 16 metri, iPad 64GB e TV a LED da 87 pollici: vorrei l’altra metà del bicchiere, quello mezzo pieno.
Grazie e a buon rendere…



Un piccolo saluto e augurio alle uniche che se la ridono: le mie due gatte!

lunedì 19 dicembre 2011

Ode al DISADATTATO

Alcuni anni fa ho letto un libro carino e molto delicato, che narrava uno strano intreccio di esistenze e stati d’animo in un contesto familiare molto particolare. Si trattava di “Quella sera dorata” di Peter Cameron, da cui è stato anche tratto un film di James Ivory che purtroppo non sono riuscito a vedere.
Ora ho avuto voglia di leggere l’ultima fatica dell’autore: “Un giorno questo dolore ti sarà utile”.
Lo stile della prosa è sempre ottimo e mi ha coinvolto piacevolmente la figura del protagonista, io narrante; un adolescente fin troppo maturo e precoce, che sforna massime di vita e considerazioni analitiche a tal punto ciniche e pessimistiche, ma realistiche, da essere frettolosamente etichettato come sociopatico e disadattato.
Sarà, ma mi sono trovato a condividere la quasi totalità delle sue conclusioni (“Se non fosse una tragedia, mi verrebbe da ridere a pensare che la religione è considerata una forza positiva, che rende le persone buone e caritatevoli. La maggior parte dei conflitti passati e presenti sono dovuti all’intolleranza religiosa.”), così come la sua sofferenza nel dover vivere sentendosi quasi sempre inadeguato e fuori posto in questo mondo e fra questa umanità.
A ben vedere, molti personaggi di opere letterarie o cinematografiche contemporanee soffrono di questa sindrome del “disadattato sociale”. Figure solitarie, isolate dal contesto sociale (?) per volontà propria o altrui, comunque brillanti e intelligenti, che si dibattono fra lavori inadeguati o precari, conflitti morali, sensi di colpa, difficoltà economiche e rapporti affettivi troppo complicati. Dal giovane Holden al mondo secondo Garp, dal Viaggio al termine della notte, attraverso lo sceriffo di non è un paese per vecchi e i vari commissari Montalbano, Charitos, Adamsberg, Wallander, fino a Daniel Sempere e Fermin Romero de Torres de L’Ombra del vento.
Casualmente mi capita di parlarne in giro e di esporre alcune considerazioni mie personali o tratte da alcune di queste opere (“Se la gente pensasse un quarto di quanto parla, questo mondo sarebbe un paradiso.”) e mi rendo conto che in molti hanno le mie stesse sensazioni, ma tacciono, cercano di ignorarle e soffrono in silenzio, forse per pudore o nel tentativo di esorcizzarle. 
Ci sentiamo impotenti prigionieri, ostaggi di un mondo costruito a misura di “altri” diversi da noi.

Mi torna in mente una battuta di un film carino di alcuni anni fa (“Si può fare”), ove un ex paziente psichiatrico, dimesso dal manicomio grazie alla famigerata legge 180, dice: “Non sono io ad essere scorbutico, sono gli altri che sono teste di cazzo!”.

martedì 29 novembre 2011

La fede in DIO, AIRBAG delle nostre coscienze

Due libri di recente lettura hanno riaperto vecchie ferite mai rimarginate.
Si tratta di “Memoriale del convento” di José Saramago e “La monaca” di Simonetta Agnello Hornby. Ambedue grandi affreschi storici, il primo nel Portogallo dominato dalla Santa Inquisizione di inizio Settecento; il secondo nel profondo meridione d’Italia la prima metà del 19° secolo.
In comune le due storie hanno, come è facile dedurre dai titoli, l’incombente ed oppressiva presenza della religione cattolica nei suoi aspetti peggiori. Con linguaggio bellico moderno, potremmo parlare di “arma di distruzione di massa”. Più che una fede intima e sublime, la religione rappresenta una presenza massiccia ed opprimente su tutti gli aspetti della vita pubblica e privata dei personaggi, senza limiti di tempo e di spazio, fino a stravolgerne il destino, siano essi poveracci, nobili, aristocratici, o addirittura teste coronate.
Tutte le fedi religiose, senza distinzione, hanno in comune l’esigenza di sostituirsi alla mente e all’anima delle persone. Ricordate il vecchio film di fantascenza degli anni ’50 “L’invasione degli ultracorpi”?
Tutti i ben oliati meccanismi di indottrinamento, catechesi, rituali, dogmi, scadenze e suddivisione del tempo in funzione di celebrazioni e ricorrenze, tutti hanno come unico scopo sostituire il nostro libero pensiero con un percorso prestabilito che ingabbia la nostra mente e pretende di proteggerla da malefiche influenze esterne. I rituali, fondamentali, ci assorbono l’intera giornata senza lasciare spazio  a demoniache ingerenze, pensieri impudichi, curiosità pericolose. Questo ci permette di delegare ad un essere trascendente, ma più spesso ai suoi ipocriti rappresentanti sulla terra, le nostre decisioni e le nostre scelte. Tutto è demandato alla volontà di Dio. Inshallah ! Bella scusa. 
Trincerati dietro questa secolare ipocrisia, tutto è permesso. Un Pater Ave Gloria e ogni nefandezza si purifica in un soave pentimento. L’anima si ripulisce e possiamo guardare il mondo con occhi limpidi, senza macchia. E ricominciare da capo...
Ormai questo intreccio di autoindulgenza e complicità reciproca porta sempre più a spostare il nostro baricentro morale verso un sano opportunismo: di fronte a scelte critiche non ci chiediamo più se è giusto o sbagliato, ma solo se ci conviene o non ci conviene.
La protagonista del libro della Agnello Hornby si ribella a tutto questo. Riesce con la forza di volontà, la perseveranza e l’aiuto di una fede pulita e sincera, a sottrarsi a questo ingranaggio infernale che la vorrebbe sepolta viva in un convento e, seppure con sofferenza, a vivere la sua vita...
Quanti di noi, e mi rivolgo principalmente ai ferventi cattolici, sanno fare altrettanto?
Io le mie scelte le ho fatte da tempo e nonostante l’invecchiamento, le esperienze spesso negative e le ferite di eterne battaglie, non posso che esserne fiero. D’altronde, diceva Ezra Pound: “Se un uomo non è disposto a correre qualche rischio per le proprie idee, o non vale niente lui, o non valgono niente le sue idee.”.


domenica 6 novembre 2011

Il mio amico Kostas Charitos

Io e Kostas ci frequentiamo già da qualche anno. All’inizio, al primo approccio, ero un po’ scettico e diffidente, sia perchè il nostro incontro è stato piuttosto casuale, sia a causa del suo lavoro che, sulle prime, ispira sempre poca simpatia. Infatti Kostas di mestiere fa il commissario di polizia, come Montalbano insomma. Piano piano però, conoscendolo, si scoprono di lui gli aspetti più piacevoli. Stando in sua compagnia si ha sempre l’impressione di trovare un vecchio amico, un po’ brontolone, un po’ ingenuo, un po’ cinico e disincantato.

Anche lui, come noi, sempre alle prese coi problemi quotidiani; il traffico bestiale (che lo fa incazzare da morire!), lo stipendio miserevole, la vecchia auto da cambiare, i difficili rapporti coi superiori al lavoro e con la moglie a casa. Anche sua figlia Caterina lo fa dannare, ma alla fine prevale sempre l’affetto del padre e la sua predisposizione a viziarla e difenderla dalle ingerenze materne.
Mi piacciono particolarmente le sue battute ironiche e la sua aria di sopportazione nei momenti in cui diventa più difficile digerire i contrasti fra il suo vecchio mondo, che in fondo è anche il mio, e quest’intruglio volgare che cercano di rifilarci come il nuovo mondo, pieno di bellimbusti da televisione, politici arroganti ed incapaci, telefonini onnipresenti e iPad da spiaggia. A sottolineare questo eterno conflitto, ci si mette pure la sua strana passione per i vocabolari; quelli di carta, intendo. 
Questo carattere vecchio stampo è la sua peculiarità anche sul lavoro, ove, senza mai strafare, con modestia e perseveranza, ma anche con la convinzione delle proprie capacità, snoda pazientemente bandoli di matasse talora così complicate da scoraggiare chiunque. Quando ci incontriamo, mi racconta con piacere le sue avventure poliziesche, senza mai vantarsi o attribuirsi meriti particolari, anzi quasi con distacco, come se lui non fosse il protagonista, ma una semplice comparsa. Con tutta la presunzione che dilaga, questo fa di lui un eroe.


A proposito, quasi dimenticavo di dirvi che Kostas Charitos non è una persona reale, viva e vegeta, ma un personaggio di fantasia, creato dalla penna di Petros Markaris, sceneggiatore e romanziere greco non più giovanissimo (ma non come Camilleri!). Se volete fare la sua conoscenza, ve lo posso presentare.